mercoledì 6 maggio 2009

Palinfraskity


«…Serendipity is looking in a haystack for a needle and discovering a farmer’s daughter…»

«…la serendipità è cercare un ago in un pagliaio e trovarci la figlia del contadino…»

Julius Comroe Jr. - 1976

***

E’ strano, per un lettore, trovarsi nel bel mezzo di un periodo di “palinfraschità”.

Detto per inciso, la dimensione esistenziale di lettore è una delle poche che mi calza pienamente. Ogni altra mia specificità umana ha sempre suonato lievemente fessa.
Un po’ per sorte, forse un po’ meno per scelta, molto più per eccentricità congiunturali.
Fessa come un orcio.
Volendo, di tanto in tanto anche colmo d’olio di qualità, ma pur sempre un orcio fessurato.
Fino in fondo, non sono mai stato bambino.
Non sono mai stato nemmeno ragazzo, fino in fondo. Non sono mai stato completamente adulto e chissà se lo sarò mai. Non sono mai stato davvero studente. Non sono mai stato lavoratore fino in fondo, né impiegato, né professionista, né dilettante, né esperto di nulla.
Tutt’al più un guazzabuglio di nozioni, sono stato.
Nemmeno scrittore sono mai stato e lo dimostro periodicamente in codesto “loco blogo”. Forse potrei dirmi scrivente. Però anche lì, non fino in fondo.
Ma lettore sì, quello mi sento di dirlo: lo sono fino in fondo.
Probabilmente perché l’essere lettore riassume di per sé in un colpo solo tutti i miei altri “non essere qualcuno o qualcosa”.

L’identità di lettore ha le sue periodiche evoluzioni, con corsi e ricorsi che si riaffacciano uguali a se stessi in superficie, a ricoprire meno trascurabili mutazioni magmatiche di fondo.
Capitano in questo modo varie fasi di lettura fervida e monoliticamente proficua, quando l’adesione all’essenza di un libro si fa così totalizzante da far quasi dimenticare la propria corporeità quotidiana.
In quelle fasi, leggere diventa come mangiare fuoco. Le parole prendono forma in forza di una grazia che non sapresti dire se scaturita dai segni neri d’inchiostro istoriati sulla pagina oppure dall’immateriale sfioramento agito dai tuoi stessi occhi.
Poi a tratti improvvisi, si piomba nella “palinfraschità” (anche nota come culturale “menare-il-can-per-l’ai-ismo”).
Questa si manifesta quando il lettore non riesce a fare il nido in nessun habitat narrativo.
Si è colti da un’inquietudine diffusa, mista al famelico desiderio della bellezza che solo una lettura giusta può darti. Anzi, è il sapere che quella bellezza sta custodita con precisione “matematica” fra le pagine di uno dei milioni di libri scritti da qualche autore, in qualche parte nel mondo, in chissà quale epoca. E’ sapere tutto ciò, ma non poter fare niente per facilitare con “quel libro” l’incontro fatidico, il cui esatto momento solamente gli Dèi della lettura potranno fissare.
Così il lettore “palinfrascato” si arrabatta fra le pagine dei testi più disparati e zompa da un libro all’altro pescandoli fra quelli solamente iniziati ed accantonati negli ultimi 10 o 15 mesi.
E non sembra, ma alla fine, considerando la cosa da un punto di vista opportuno, se ne traggono anche benefici.
Basta mettersi nell’ottica di stare leggendo un grande volume composito, i cui capitoli sono forniti dall’accozzaglia di libri che con errabonda frenesia di frammentario lettore si vanno ammonticchiando sul comodino ad un ritmo indemoniato.
In questo periodo dunque il mio “gran libro palinfrascale” del momento è stato formato da libri-sottocapitolo come “Opera aperta” di Umberto Eco, “Filosofia della noia” di Lars Svendsen, “Walden – ovvero la vita nei boschi” di Henry David Thoreau.
Lo so che un trittico simile sarebbe capace di causare fulmineo sopore violento anche nel rettore di Oxford, ma che ci posso fare se di fronte ai libri contorti so trattenermi come un bombo scatenato in una serra olandese?
“Palinfrascheggiando” in siffatta guisa ho avuto così modo di sapere qualcosa di più sull’essenza dello Zen (molto più vicina al concetto di vita come “opera aperta”, non finita), di conoscere alcuni aspetti paradossali della personalità di Andy Warhol (con la sua esasperata ricerca del perfetto anonimato estremo, del quale le sue opere sono simbolo, ha finito per toccare le vette più alte della notorietà e dell’eccentricità distintiva) e persino di trovare (grazie all’ammonimento, caro a Henry David Thoreau, di non lasciarsi trasformare in strumento dei nostri strumenti) un motivo di fierezza nelle due paia di jeans che mi bastano lungo tutto il corso dell’anno, insieme al solo mio paio di scarpe per l’inverno alternato ad uno di sandali estivi.
Va precisato che in congiuntura “palinfrascale”, è opportuno evitare come la peste le incursioni in libreria.
A causa della scarsa capacità di cernita libresca patita in queste circostanze, si corre infatti il grave rischio di andare a scegliere l’ulteriore arduo tomo che si andrà ad insinuare subdolo fra i tanti pali e frasche culturali già attivati, con notevole aggravio in altitudine del montarozzo di libri sul comodino.
Detto, fatto: oggi durante la pausa pranzo mi sono subito infeltrinellito, andandomi inevitabilmente a schiantare da lettor-moscerino contro il parabrezza del Tir della Cultura e provocando il seguente suono: LarovinadiKasch!!!

Poi tornando verso l’ufficio e sbirciando la frasetta di Calvino in quarta di copertina: «La rovina di Kasch tratta di due argomenti: il primo è Talleyrand, il secondo è tutto il resto», con somma eleganza critica non ho potuto fare a meno di considerare fra me e me: “…Minchia, di tutte le figlie del contadino, proprio la più ciccia ho pescato nel fienile!!!...(grazie al Cielo…)…”.






5 commenti:

farlocca farlocchissima ha detto...

fantastica la descrizione della palinfraschite letteraria!! diminutivi assenti mi pare, infatti non ho bolle oppure li ho rimosssi. comunque l'oracolo è sempre perfetto beschavo dice che richiama la schiavitù felice del lettore. :-)
ps ottima anche la scelta musicale

elena ha detto...

Com'è Walden di Thoreau, smirkino? è da un pezzo che penso di leggerlo e poi mi dimentico.
Lo citava Rolf Potts nella mia bibbia "Vagabonding". L'hai mai letto? ti piacerebbe secondo me..:))

gillipixel ha detto...

@->Farly: eheheheh...grazie Farly, è vero, è proprio una felice schiavitù, hai detto giustissimo...mi sa che un diminutivo occulto ti è sfuggito: la frasetta di Calvino :-) ma forse questo vuol dire che dopo le massice dosi assorbite nei miei scritti, stai sviluppando una sorta di immunità? :-D

gillipixel ha detto...

@->Dipòk: sì, sì, lo sto sleggiucchiando, Dipòk, ma ti dirò, non è una lettura molto scorrevole, seppure ricca di spunti interessanti...ecco, Thoreau è uno che mena molto il cane argomentativo per l'aia :-) per dirti una cosa, tira in ballo lo zio del cugino di sua nonna, che era reduce dalla guerra di secessione e mise su un emporio a Potoma City di Sotto, tramutando poi l'attività in un bordello, simbolo tutto ciò della decadenza del sistema del libero mercato ecc, ecc, :-D
In ogni csso, sì, vale la pena di darci una letta :-)
e grazie per il tuo consiglio, me lo procurerò il Vagabondings :-)

farlocca farlocchissima ha detto...

ebbene sì sto rinforzando il sistema immunitario :-D