sabato 25 luglio 2009

Costruiti di desiderio


Quando mi succede di leggere brani di libri provenienti da fonti molto differenti fra di loro, magari concepiti in epoche lontanissime l'una dall'altra, da autori appartenenti a contesti storici del tutto estranei, e che tuttavia recano in sè una straordinaria affinità concettuale, quasi fossero stati scritti dalla medesima persona, ci rimango di stucco dal godimento estetico ed intellettivo che me ne deriva.

La cosa più formidabile è quando il fenomeno si verifica in seguito ad una piccola indagine personale su libri diversi.
Ma non è male neppure quando questa magica "epifania del lettore trasversale" viene regalata da un bel testo che già ad adocchiarlo sullo scaffale della libreria irradiava bellezza, pur standosene ancora a pagine perfettamente chiuse.

Il libro in questione è stavolta «Passioni d'oriente - Eros ed emozioni in India e Tibet», a cura di Giuliano Boccali e Raffaele Torella (Piccola Biblioteca Einaudi - Scienze religiose e antropologiche - 2007).

Bando subito agli equivoci: niente a che vedere con pecorecci "kamasutri" da spiaggia o pruriginose trasposizioni banalizzanti, stile scollacciati film LinoBanfeggianti anni '70 (...con tutto il rispetto per il simpaticissimo Lino Banfi e per quel gran pezzo dell'Ubalda: che si mantenga sempre tutta nuda e tutta calda!!!).

Questo libro è invece un complesso, articolato e dottissimo studio (suddiviso in alcuni brevi saggi) su aspetti delle filosofie orientali che hanno approfondito il rapporto dell'uomo con l'importante capitolo esistenziale rappresentato dal desiderio, dalle passioni e dalla emotività.
Condizione "sine qua non" per il verificarsi di una "epifania del lettore trasversale" è che i concetti messi in gioco dai due brani a confronto posseggano una certa dignità culturale.
Forse è superfluo precisarlo nel caso di questo libro.
Ma per dire, se mi capitasse di leggere su "Novella 2000" che quest'anno in spiaggia senza le infradito sei assolutamente "out" e mi imbattessi poi nel medesimo "concetto" su "Cronaca vera", ecco, non è che proverei tutta quella gran esaltazione epifanica.

Il concetto di cui parlo è invece un super-concetto di lusso, roba da leccarsi i baffi del pensiero. Deriva da diverse opere del periodo classico del "tantrismo hindu" (epoca grosso modo compresa fra il III ed il X secolo ed anche oltre) e sostiene che il "pacchetto esistenziale" riassumibile indicativamente nel "trittico" «Passione-Emozione-Attaccamento» (condensato dal termine indiano rāga) si manifesti essenzialmente come forza che si propaga dall'interno della spiritualità dell'individuo.
La sostanza del nostro rapporto di desiderio con le cose nel mondo, non sarebbe dunque insita "quantitativamente" in tali cose, ma dipenderebbero "qualitativamente" da un'energia interiore che in qualche modo in noi è insediata.
Una sorta di piccola rivoluzione copernicana rispetto alla visione occidentale comune sul medesimo tema, che si rivolge solitamente al "potere" attrattivo dell'«altro da sè» come alla forza effettivamente attiva nella dinamica del "desiderare".

Sentite allora cosa si dice in questo bel passaggio del libro citato:

«...Non è il piacere che direttamente muove rāga («Passione-Emozione-Attaccamento»), dice acutamente il Matangapārameśvarāgama, ma è rāga-corazza che crea il piacere nei confronti del particolare oggetto verso cui si rivolge...[...]...il rāga risiede nelle profondità del soggetto e non negli oggetti...[...].
Dunque, anche rāga («Passione-Emozione-Attaccamento») come vidyā («Conoscenza»), è una realtà insieme elementare e complessa, tanto più ardua da definire tanto più intimamente si annida nella struttura profonda dell'io. Facciamoci aiutare in questo difficile compito da alcune penetranti considerazioni di Abhinavagupta nel suo magnum opus, il Tantrāloka...[...].
L'universo, dice il grande maestro kashmiro, è stato creato appunto per soddisfare le anime nelle quali una frenesia, una febbrile smania di fruizioni è stata suscitata. Questa sottile frenesia (lilokā) non ha oggetto, è per così dire uno "strato desiderante", uno stato di infinita appassionata aspettazione, e, di conseguenza, un pensarsi imperfetti, una sorta di nescienza. Essa è la "macchia" primordiale (mala), che si manifesta come la disposizione ad assumere future limitazioni...».

E state un po' sentire adesso cosa mi verrà a dire alcuni secoli dopo il buon Baruch Spinoza nella sua «Etica» (sempre citato in «Passioni d'oriente - Eros ed emozioni in India e Tibet»):

«...Verso nessuna forza ci sforziamo, nessuna cosa vogliamo, appetiamo e desideriamo perchè la giudichiamo buona; ma, al contrario, noi giudichiamo buona qualche cosa perchè ci sforziamo verso di essa, la vogliamo, l'appetiamo e la desideriamo...».

Ora non so cosa ne dite voi...ma non è mirabolante?


4 commenti:

farlocca farlocchissima ha detto...

è mirabolante :-) lo è come lo sono sempre le parole giuste che ci giungono al momento giusto... è poi quel concetto di guardare dentro di sé per conoscere il desiderio che proviamo invece di spalmarlo all'esterno... sì è mirabolante

gillipixel ha detto...

è proprio quello, Farly, che stupisce sempre: quando le parole sembrano cadere nel momento giusto, esatto, spaccato, preciso...
Grazie per aver aderito alla mirabolantezza di questa occasione :-)

Antonella ha detto...

come dire che noi trascendiamo il desiderio nell'oggetto del desiderio, ma si muove da noi attraverso noi

gillipixel ha detto...

@->Antonella: anche se non è dimostrabile, è affascinante pensare che sia così...fra l'altro la stessa filosofia moderna si fonda su questo ribaltamento di prospettiva: a partire da Cartesio, passando per Berkeley ("esse est percipi"), fino a Kant e poi all'idealismo Hegeliano, e ancora Schopenhauer...l'affinità con Spinoza passa forse anche per questa parentela: oriente e occidente che si ritrovano cugini :-)