giovedì 18 marzo 2010

L’irresistibile velleità del vello


Come tutti gli imperi minati nei gangli fondamentali del proprio complesso edificio socio-culturale, da crepe profonde e gravissime incrinature della struttura, anche la civiltà occidentale collassò per il cedimento di un insignificante mattoncino posto alla propria base.
Un minuscolo tarlo silenzioso, che la erodeva dall’interno, lasciando alla superficie l’illusione intatta dello scorrere ordinario della normalità. Una talpa sotterranea e laboriosa che passò del tutto inosservata, e al momento del palesarsi di una crisi ormai conclamata, era già stata dimenticata come un piccolo dettaglio senza peso.

Tutto cominciò con poche automobili che viaggiavano a fari spenti durante le ore diurne.
Da alcuni anni il codice prevedeva quel minimo obbligo all’accensione perpetua, più simile ad una postilla che ad una norma vera e propria. Forse utile, forse inutile.
Fosse come fosse, i fatti dicevano che si era tenuti a rispettarla, e tuttavia, ad un certo punto del lungo periodo di reflusso gastro-esistenziale che fece seguito all’acme della Abnorme Crisi Globale Universale, qualche automobilista iniziò a circolare a luci mute.
Inizialmente fu forse per una forma di negligenza circoscritta a pochi, che però tardò poco a dilagare fra gli adepti più assidui della pratica del “digrignare i volanti”. La diffusione della mala usanza recò con sé dapprima il dubbio e poi la consapevolezza del fatto che l’origine del morbo andasse più precisamente ricercata nella stanchezza e nella rassegnazione umana. Il fenomeno nacque insomma sotto le sembianze della disattenzione, ma maturò come coscienza dello svuotamento di ogni genuino desiderare.
Da qui a mutare l’atto di sbadataggine in gesto deliberato, la distanza fu più breve del passo di un criceto pigro.
Dopo un po’ di tempo, si tenevano spenti i fari per scelta, ormai. Come dichiarazione di decadenza percepita e smarrimento profondo. Come mesto proclama del ritiro dei remi della fiducia, ben issati ormai sopra la barca dello sconforto più ottuso.
Non accendere le luci di giorno divenne l’equivalente di affermare a voce fioca: «…Non ci credo più…».
L’oscurantismo circolatorio diede adito ad un’accresciuta prudenza nei guidatori. Ci si fidava di meno gli uni degli altri, molto meno, sapendo che dal fugace banco di nebbia o dalla prima curva un po’ insidiosa, poteva sbucare a tradimento il veicolo reso opaco dalla nuova consuetudine. Le velocità diminuirono allo stesso ritmo col quale calavano le vendite delle automobili. La sicurezza per le strade ne guadagnò in grande stile, ma più nessuno era attratto dal fascino della guida, adesso che nei week-end non morivano più spiaccicate almeno una ventina di persone

Alla pari di quanto accade per ogni classica valanga che si rispetti, l’iniziale pallina di neve si rimpinguò di altri piccoli dettagli quotidiani, e insignificanti se presi di per se stessi.
La negligenza del maschio medio “obiettore di fanali” prese così a dilagare anche all’interno della quotidiana gestualità domestica. Erano sempre più numerosi, ad esempio, coloro che si ostinavano a pisciare fuori dalla tazza non più per mera trascuratezza, ma per partito preso bello e buono. Il profilo stancamente appiccicato alle piastrelle sopra lo sciacquone, le spalle semi-addossate al muro, rinunciavano ad ogni velleità di buona mira, abbandonandosi alla deriva sconclusionata della propria dignità ormai schizzata per ogni dove.
L’avvilimento si trasmise per infausto e contrapposto contagio anche alle “obiettrici luminose”, che iniziarono a non più depilarsi le ascelle, rinunciando nel contempo anche alla ceretta alle gambe.
Gli uomini, di riflesso, presero ad indossare impunemente e senza il minimo pudore il calzino bianco d’ordinanza, e la lontananza fra i generi patì una sempre più vasta dilatazione, sino a sfiorare la frattura definitiva. Fu così che l’attrazione reciproca si spense quasi definitivamente e la razza umana si spinse fin sull’orlo dell’isterilimento.

Com’è noto, tuttavia, ogni specie possiede i propri stratagemmi di conservazione, e anche questo frangente non fece eccezione.
Il compito di caricarsi sulle spalle il prosieguo delle sorti dell’umanità tocco ai cultori di una strana forma di passione sensuale al limite del feticismo. Ciò che era stato motivo di emarginazione culturale e di costume, divenne in questo modo spunto per la rinascita di insperati percorsi sondabili adesso da questa forma originale di desiderio salvifico.
Le vesti dell’«homo novus» vennero infatti indossate dall’estimatore incondizionato delle femminee pelosità. La nuova eccentrica genia votata alle irsute preferenze s’impose con entusiasmi che dall’inizio dell’«Era del faro spento» sembravano definitivamente dimenticati, anche dai migliori fra i comuni mortali dai glabri orizzonti mentali. La convivenza tra le due categorie umane si fece sempre più problematica, non tanto per contrasto di caratteri, ma per l’incompatibilità delle visioni del mondo che ne derivavano.
I «Fedeli di Pelo», insieme a quella nutrita rappresentanza del genere femminile che aveva aderito con la maggior spensieratezza alla nuova tendenza estetica emancipata da strappi e lamette, pensarono bene allora di abbandonare il resto della spompata umanità ai propri calvi destini, trasferendosi in massa su di un’isoletta tropicale che fu ribattezzata “Nuova Pelosa”.

I contatti fra i due mondi s’interruppero quasi definitivamente. Solamente di tanto in tanto, facevano capolino piccoli quanto fortuiti cenni di riavvicinamento, fatti succedere dal caso più puro.
Come quel giorno in cui una giovane ed un giovane di “Nuova Pelosa” si stavano sollazzando vicendevolmente sulle dorate sabbie di una delle più incantevoli spiagge dell’isola. L’estasi della loro passione era pressoché giunta ad impennarsi sui massimi picchi della voluttà, intrisi i loro corpi ed avvinghiati nel frangersi spumoso delle ondate sul bagnasciuga, quando una zampata marina più lunga delle altre recò al loro fianco un’insolita bottiglia contenente un brandello di carta.
Non osando violare il sughero posticcio che sigillava la vitrea ambasciata, i due ragazzi si recarono immediatamente dai saggi dell’isola per consegnare loro l’insolito dono marino.
Il fato volle che pur la saggezza acerba di quegli entusiasti non riuscisse a cogliere il disperato grido di aiuto che gli abitanti del “vecchio mondo” stavano inviando loro. Stappata e capovolta la bottiglia, ne scaturì infatti un ritaglio di giornale recante il seguente titolo:

«…5 milioni di dollari – Messa all’asta la siringa che ha ucciso Jako…»

Anche i più anziani fra gli abitanti dell’isola lessero, ma non colsero il nesso dell’«esse-o-esso». Nessuno fra di loro poteva capire, perché fin dai tempi del loro antico passato, avevano conservato sempre accesi i fari della ragione.
E sempre per il medesimo motivo, vissero tutti "pelose" e contenti.



martedì 16 marzo 2010

Imperativo, morale, assoluto, categorico, ridanciano


Non so se sia solo una mia impressione o se la cosa abbia un effettivo riscontro reale.
Sta di fatto che ho come questa sensazione, da diversi anni a questa parte: sembra quasi che il mondo si sia gradualmente immerso in una dimensione da “sit comedy” in pianta stabile. Una sorta di «sindrome di Zelig» (con riferimento al programma di cabaret e non al film di Woody Allen) si è impossessata dei quotidiani scambi sociali e comunicativi fra le persone.
Io stesso, facendo un’autoanalisi al volo, mi rendo conto di esserne colpito in larga misura anche quando scrivo. Lì per lì, mentre sono intento proprio alla fase della stesura di un testo, magari non ne sono consapevole appieno. Ma osservando in seguito i miei scribacchiamenti col distacco di poi, vi leggo immancabilmente, disseminati fra le parole, sforzi innumerevoli di carpire il sorriso, lambiccamenti vari per escogitare la battuta più piaciona, arzigogoli semantici imbastiti col solo scopo di innescare la miccia al petardo del motto di spirito (e so che lo stesso meccanismo mi scatterà in automatico e senza volere anche nel presente brano…).

Mi viene allora da chiedermi: è sempre stato così, oppure nell’acuirsi di questo fenomeno ci hanno messo lo zampino l’influsso televisivo e una certa cinematografia demenziale?
Forse la ragione, come spesso accade, mette i piedi un po’ in tutte e due le scarpe.
Sinceramente non ricordo molto bene com’era quando ero piccolo o poco più tardi. Di certo i dialoghi quotidiani non si svolgevano in forma di pantomime di veglie funebri. Il buon umore ha sempre rappresentato l’atmosfera più auspicabile da intessere per tenere in piedi i rapporti interpersonali. Però mi sembra che la cosa sia stata portata un po’ agli estremi da un 25 - 30 anni a questa parte.
Forse tutto ebbe inizio con telefilm tipo il piccolo «Arnold», i «Jefferson» o simili. La forma mentale in cui questo genere di finzione filmica ci introduceva era all’apparenza innocua e completamente mimetizzata fra le pieghe di una realtà ipoteticamente più che plausibile. Ma il passo da essi compiuto nella direzione di cui sto cianciando, fu fatale.

Sembravano famiglie americane normali, alle prese con problemi, guai e gioie di tutte le famiglie americane normali. Ma c’era la fregatura, anche se in pratica non ce ne accorgevamo. Loro, Arnold ed allegra brigata telefilmante anni ’80, non facevano altro che ridere. Ridevano a colazione, in mattinata e a pranzo. Ridevano per la pennichella e nel pomeriggio, ridevano a merenda, a cena e nel dopocena. Ridevano persino nel sonno. La cosa per una mezz’ora di telefilm reggeva benissimo, anzi, per lo spettatore era una pacchia totale.
Ma nessuno fra gli spettatori si soffermò mai a praticare mentalmente una piccola “proporzione temporale immaginata”. Ossia a pensare cosa sarebbe stata la giornata di ciascuno di noi nel caso che fossimo stati effettivamente condannati a questa crudelissima “pena del riso coatto” 24 ore su 24. Il divertimento si sarebbe mutato in incubo e nel giro di poche ore di questa “cura” subita, anche il più equilibrato fra i fans tv avrebbe sviluppato livelli di idiosincrasia per l’umanità tali da indurlo a correre di filato in armeria ad acquistare un fucile a pallettoni, col quale andarsi a sfogare nel primo centro commerciale aperto lungo la strada.

Confesso che queste riflessioni all’epoca non mi sfiorarono nemmeno, anche se già da allora, riguardo a quella tipologia di telefilm, un certo tipo di disagio sospettoso si affacciò semi-inconsciamente nel retrobottega della mia considerazione estetica, ai tempi ancora in piena fase di sboccio.
L’elemento che invece colsi con più definita consapevolezza qualche tempo dopo come segnale di forte stonatura, fu il protervo inserimento delle risate posticce. Dapprima, anche a quelle facevi poco caso. Ma pian piano, ponendo di volta in volta un grammo di attenzione in più a quelle sghignazzatine sotterranee e rifilate in sordina alla vigliacca, il dubbio ti si insinuava dentro, sino al punto di evolvere in un fastidio conclamato che finiva per farti sbottare fra te e te: «…Ma porca zozza, ma sarò padrone di ridere quando minchia mi pare e piace a me, senza che me lo suggerisca una risata fasulla di sottofondo?!?!?...».
Fu da quel bizzarro artificio filmico, vero e proprio dado tratto sopra il Rubicone del buon umore obbligatorio, che cominciarono a far breccia nel mio animo i primi gravi sospetti circa la pretesa di instaurare un regime di “mono-ridancianità” della vita. Una grave minaccia si profilava all’orizzonte: la dittatura del riso onni-dimensionale, pluri-direzionale e totalizzante eri lì pronta per impadronirsi della nostra quotidianità.

A dare una bella spallata per far sì che la svolta epocale si compisse in pieno, ci pensò poi tutta la sequela dei film demenziali inaugurata da “L’aereo più pazzo del mondo” prima, e “sempre più pazzo” poi, fino alle nipotine pallottole spuntate varie, con “Scream” ed “Hot shot” che ne conseguirono.
Sul fronte dei programmi televisivi impostati su di una comicità assolutizzante, l’apripista fu probabilmente “Non stop”, che a suon di Gatti di Vicolo Miracoli, Smorfie e Carli Verdoni, fu il vero precursore dell’attuale Zelig.
Si obietterà a questo punto: «…D’accordo, ma le commedie, i film divertenti e la comicità in genere, sono sempre esistiti da che mondo e mondo, e da che uomo è uomo con stampate sulla faccia un paio di labbra da poter tirare su in segno di gratificazione interiore...».
E per fortuna, rispondo io.
Ma il punto è la quota di pervasività imposta da questo tipo di riso contemporaneo. E’ un riso che non lascia spazio a nessun’altra sfumatura del sentire emozioni, occupa tutto, s’impossessa di tutta la gamma delle sensazioni riducendo la persona ad un “homo ridens” totale.

Cosa dire in conclusione? Qual è il senso di questo mio scribacchiare presente? E’ forse mia intenzione proclamare l’inizio della “Rivoluzione dei Musi Lunghi” vestendo i panni del novello Jorge da Burgos, all’insegna della proibizione del riso e dell’umorismo?
Ma assolutamente no, il cielo ce ne scampi. La realtà fa il suo corso, che noi lo si voglia o no, e probabilmente le rivoluzioni han sempre recato più danni che benefici.
Ancor meno è mia intenzione fare un’apologia dei bei tempi andati, che se sono andati, ci sarà stata la sua ragione.
La cosa che volevo dire è molto più semplice. Basterebbe ogni tanto ricordarsi che la tele, i film, il cabaret, sono una cosa, e la vita quotidiana ne è un’altra. E forse quella pletora di battute e di motti di spirito che invade la nostra giornata, ne risulterebbe ridimensionata in misura salutare, a favore anche della qualità del nostro buon umore generale.



domenica 14 marzo 2010

Inspirare, sciespirare


Fra i passatempi e i passaspazi più soddisfacenti coi quali il viandante per pensieri si può dilettare, figura sicuramente il vagabondaggio concettuale inter-epocale. Trattasi di pratica non eccessivamente agevole né immediata, in quanto necessita di tante letture diverse, le più disparate e lontane fra di loro per genere, tematiche, atmosfere, ambientazioni. E non di sole letture vive l’uomo. Urge che sbocconcelli anche visioni di film, spettacoli teatrali, visite ai musei, con ogni altra pratica culturale sempre ben accetta ed auspicata.
Serve poi memoria, intuito, sensibilità e tanto occhio, per riuscire a cogliere il momento in cui il concetto ormai familiare perché già colto in una tale opera, si ripresenti sotto mutate spoglie in un’altra composizione, quasi del tutto dissimile nel sembiante, ma assolutamente affine nell’essenza comune che li affratella.
Oppure, il fenomeno può verificarsi in virtù di un meccanismo già noto ai latini come “bottam culi puram”.
Ecco, è di preferenza entro i termini di quest’ultima modalità che il mio vagabondaggio concettuale inter-epocale si materializza.
Ma l’importante non è tanto la strada per cui si perviene alla meta. La cosa che conta è il senso di bellezza che ne deriva, la soddisfazione delle sinapsi quando le due idee si fondono nell’amplesso del pensiero con sè medesimo, sentire i neuroni che fanno Giacomo Giacomo, l’anima che si contrae nell’immateriale orgasmo della coincidenza concettuale.
Ecco dunque cosa è scaturito dall’ultima mia esperienza di questo tipo. Riporto i due brani senza dire subito di cosa si tratti.
Ecco a voi il primo, sublime fraseggiar possente che sfidando l’eternità è giunto a toccare il mio cuore:

(*) «Spesso l'aspetto esterno
fa apparire le cose men che sono
in realtà. Dall'ornamento esterno
il mondo si lasciò sempre ingannare.
Nel mondo della legge,
quale causa, per quanto sporca e trista,
non saprà oscurar la sua natura,
se perorata da un fiorito accento?
Qual dannato peccato, in religione,
non saprà rendere sacro e legittimo
un portamento serio e dignitoso
che rechi a suo sostegno i sacri testi,
nascondendo così la sua nequizia
dietro un bell'ornamento?
Al mondo non c'è vizio sì smaccato
che non possa coprir la sua magagna
con qualche segno esterno di virtù.
Quanti codardi, dal cuore malfido
simili a tanti scalini di sabbia,
ostentan tuttavia sul loro mento
barbe degne d'un Ercole,
e cipiglio di Marte, ed a frugarli
hanno il fegato bianco come il latte:
gente cui basta il fumo del coraggio
per illudersi d'apparir temuti.
E la bellezza, ad osservarla bene,
scoprirete che può comprarsi a peso,
che là compie un prodigio di natura,
dove riesce a render più leggere
tutte quelle che più ne sono cariche.
E tali son quei riccioletti d'oro
attorcigliati come serpentelli
che fanno voluttuose capriole
al vento sopra una beltà apparente,
e sono molto spesso ritenuti
essere stati in cima a un'altra testa...
e il cranio che li crebbe è in un sepolcro.
L'ornamento così altro non è
che il malfido arenile d'un oceano
pieno d'insidie, come il bello scialle
di cui si vela una bellezza indiana;
in sostanza, la falsa verità
che i nostri astuti tempi metton su
per ingannare anche i più avveduti.
Perciò tu, oro lustro e sfavillante,
duro alimento a Mida, io non ti voglio.
Né te, pallido argento,
volgar mezzano d'ogni uman baratto
io sceglierò; ma te, ruvido piombo,
che minacci piuttosto che promettere,
te, la cui pallidezza
mi commuove più d'ogni bel discorso,
te io scelgo. E che gioia me ne venga!».

Ed ecco l’altra frase, l’amante concettuale che secoli ha atteso per potersi ricongiungere con l’amato appena descritto sopra:

(**) «…La comunicazione è l’opposto della conoscenza. E’ nemica delle idee perché le è essenziale dissolvere tutti i contenuti. L’alternativa è un modo di fare basato su memoria e immaginazione, su un disinteresse interessato che non fugge il mondo ma lo muove…».

Ed ora è tempo di svelar l’arcano e di stupire:
(*) Il primo brano era tratto dall’atto terzo, scena seconda, di «Il mercante di Venezia», (1597 ca.), William Shakespeare, eterno bardo che non necessità di presentazioni.
(**) Il secondo breve stralcio è contenuto invece in «Contro la comunicazione», (2004), Mario Perniola, docente di Estetica all’Università Tor Vergata di Roma.

*******

E per concludere, siccome a sciespirare c’ho preso gusto, vogliate gradire anche questa citazione bonus, sempre dal «Mercante». Non c’entra nulla con i temi suddetti, ma siccome i medesimi possono aver anche indotto un filo di scoramento nel lettore, serva questa coda poetica da zuccherino per aggiustarsi in bocca.

Lorenzo –
La luna splende chiara questa notte. Fu certo in una notte come questa, quando il vento baciava dolcemente gli alberi senza il minimo fruscio, fu certo in una notte come questa che Troilo scavalcò d'Ilio le mura ad esalare l'anima in sospiri verso le greche tende dove la sua Cressida si giaceva.

Gessica -
In una notte come questa Tisbe, mentre sfiorava con trepido passo i prati già coperti di rugiada, fuggì ad un tratto atterrita e discinta, avendo visto l'ombra del leone.

Lorenzo -
Didone, in una notte come questa stette alla riva del selvaggio mare, e, con un ramo di salice in mano, disperata gridò all'amor suo di tornare a Cartagine.

Gessica -
Medea, in una notte come questa, colse l'erbe stregate che dovevan ridar la giovinezza al suo suocero Esone.

Lorenzo -
In una notte come questa Gessica fuggì furtiva dal ricco giudeo per correr via da Venezia a Belmonte insieme ad uno squattrinato amante.

Gessica -
A lei, in una notte come questa, giurava amore il giovane Lorenzo, e le rapiva l'anima con molti voti e nessuno sincero.

Lorenzo -
E pure in una notte come questa la bella Gessica, piccola strega, calunniava il suo amore, d'infedeltà e lui la perdonava.

Gessica –
A seguitar con te in questo gioco delle notti storiche, io, son sicura, ti subisserei, se nessuno venisse a disturbarci; attenti, ecco, sento un passo d'uomo.

giovedì 11 marzo 2010

Mappe d’uomini e donne (but far, far away from “The Philippi”…)


Quando mi trovo in un posto frequentato da parecchie persone, mi viene quasi spontaneo crearmi una mappa delle “rilevanze umane”, definibili altresì come “punti focali della bellezza”. Si tratta di una planimetria mentale mutevole e semovente, composta dagli individui presenti in quell’ambiente che, per una loro peculiarità fisica o spirituale, risultano notevoli ai miei occhi.
Sia che lo stazionamento nel luogo di turno si protragga per diverso tempo, sia che si tratti di pochi attimi, l’atto di posare un momento lo sguardo su uno di questi punti focali, reca conforto, è una boccata di positività energetica.

Pare che la geografia non riscuota più tanto rispetto ultimamente, soprattutto come materia scolastica. E pare succeda nella candida illusione che in un’epoca ormai coperta per bene dal tettuccio satellitare della capanna dello zio Tom Tom, ogni questione di “orientamento” possa considerarsi superflua e superata. Peccato che venga trascurato spesso un piccolo particolare: ossia che la geografia, ancor prima di una questione spaziale, è tema di ampia pertinenza dell’immaginario e, per estensione, della progettualità dell’uomo.
Fra gli antichi ricordi di scuola conservati fra una sinapsi e l’altra, rispolvero una frase che mi colpì intensamente all’epoca in cui me la ritrovai nera su bianco sulle pagine di un libro di cui ormai mi sfugge sfortunatamente il titolo. La frase recitava più o meno così: «…La carta geografica costituisce sempre una metafora dei rapporti di potere in gioco in una data società…».
Ecco, depurando la debita quota di tara che un simile concetto deve rendere ad una certa influenza barbonesca da Treviri (leggi “il vecchio Carletto Marx”), è innegabile l’indubbio fascino intellettuale che deriva da questo ragionamento.
La geografia è fatta soprattutto di interpretazione qualitativa di un territorio, esprime il mondo così come lo si vuole vedere e non ne è mai una fotografia fedele ed oggettiva. Di più: l’istinto di formare mappe di ogni genere è insito nell’animo umano, forse con la stessa pervicacia con la quale vi sono insiti l’istinto di giocare e di tendere alla gioia.
Da questo punto di vista, ogni nostra giornata può essere considerata come una sequenza di momenti che ci vedono impegnati a creare mappe.
Creiamo mappe dei nostri luoghi di frequentazione quotidiana, anche se ne conosciamo gli spazi talmente bene che ci potremmo camminare ad occhi chiusi. Perché una mappa è un insieme di valori cangianti, una distribuzione di punti nei quali si focalizzano energie esistenziali, che a seconda di quanto dobbiamo o ci aspettiamo di fare in un determinato giorno, assumono significati differenti e fanno maturare aspettative ogni volta variabili.
Creiamo mappe dei nostri spostamenti esterni, prevedendo, pianificando, considerando ostacoli e elementi di facilitazioni dei percorsi che ci prefiggiamo di coprire.
Creiamo mappe del nostro tempo presente, quantificandolo e qualificandolo nella mente, per ottimizzarlo e farlo fruttare al meglio.
Creiamo mappe del nostro tempo passato, perché andiamo di continuo a ripescare episodi già vissuti, simili a quelli che stiamo vivendo, per orientarci in un continuo aggiustamento di rotta che cerca di alimentarsi dal differenziale di polarità “ieri-oggi”.

Insomma, non ci muoviamo praticamente mai senza aver abbozzato una mappa, pur anche per grandi linee. Comprese mappe all’apparenza meno utili di quelle che ho citato finora. Come la mappa delle “rilevanze umane”, o “punti focali della bellezza”, che citavo all’inizio. Questa mappa mi viene quasi spontaneo crearmela sul posto di lavoro. Ne sono capoluoghi e “centri abitati affettivi” i tanti personaggi nei quali mi imbatto quotidianamente: là il sorriso di una persona che conosco solo a livello di saluto, ma all’incontro sa sempre essere radiosa; qui la presenza aggraziata dietro la scrivania posta a qualche metro dalla mia; là il profilo di un volto familiare, una fronte, delle ciglia, un naso, una chioma fluente che gradualmente si è imparato a vedere come parti integranti del disegno di una certa parte della giornata; qui la voce nota e rassicurante di un collega che risuona confortevole nella sua rituale e consueta sonorità.
Sono anche questi piccoli dettagli che ti fanno sentire parte del territorio umano in cui ti riconosci. E sapere di poterli ritrovare puntuali sulla mappa delle tue giornate rende queste ultime meno disorientanti, le colora dei punti cardinali del valore umano in cui ciascuno ha bisogno di muoversi.

lunedì 8 marzo 2010

Siamo messi male…ma conserviamo intatte le nostre proprietà organolettiche


Tempo fa, avevo già scritto qualcosa riguardo all’iper-salivazione indotta negli italiani dalla pletora di programmi televisivi (Linea Verde, Mela Verde, Eat Parade, la Prova del cuoco, Sereno Variabile, il Sabato del villaggio, ecc. ecc.) dedicati fra le altre cose ai piatti tipici della nostra patria cucina, alle ricette, a prodotti e specialità alimentari infinite di ogni regione, città, paese, località, bivio di strade del benamato Bel Paese.
Allora misi in rilievo come l’Italia, se non proprio sul lavoro, si potrebbe semmai considerare una repubblica fondata sull’acquolina in bocca (con tutti i risvolti consumistico-belluini annessi e connessi alla considerazione).
Va aggiunto tuttavia che queste trasmissioni tv, oltre che cagione senza requie di spremiture papillari forzate, sono anche fucine nazionali di linguistiche acrobazie finalizzate alla gratuità più vertiginosa.

In particolare, da diverso tempo, la mia attenzione si è focalizzata più volte su di un’espressione ricorrente. Non so se ci avete fatto caso. Quando in questi programmi culinari si affronta l’argomento principe, ossia tutto ciò che in qualche modo ha a che fare con l’ingollare, l’ingurgitare, il tracannare, e in particolare, se tali azioni sono viste in riferimento ad altri processi “esterni”, trasformativi o conservativi degli alimenti, gira che ti rigira alla fine salta sempre fuori la formuletta magica: il prodotto «…conserva intatte le sue proprietà organolettiche…».
Si parla di un procedimento per congelare l’insalata con certi criteri? Niente paura: con questo metodo il nostro prodotto «…conserva intatte le sue proprietà organolettiche…».
Perché i nostri antenati, tanti secoli fa, presero a conservare il tipico formaggio “Martorino Pelusòn” sotto un manto di tre metri di fieno e fiori di lavanda? Elementare, Watson: avevano capito che in questo modo la beneamata rondella casearia «…conserva intatte le sue proprietà organolettiche…».

Già da un po’ l’espressione, a forza di sentirla sbandierare “in tutte le salse”, aveva iniziato a starmi discretamente sulle scatole, ma ieri è stata usata in un contesto che ne ha sancito l’odiosità definitiva. Si parlava di birre ed ho scoperto che la deliziosa bevanda bionda non va versata inclinando il bicchiere, come anche il più umile imbecille capisce di dover fare per evitare l’accumulo della schiuma. No, no, niente affatto, il boccale va tenuto ben ritto e la schiuma va fatta formare in abbondanza, perché, immaginate un po’, in questo modo il prodotto «…conserva intatte le sue proprietà organolettiche…».

E’ stato lì che ho deciso di eleggere la benamata espressione del menga ad emblema supremo della vacuità comunicativa che contraddistingue “cotale luminosa et preclara nostra epoca de’ sta minchia”. Perché sarà anche vero ciò che han detto della birra, (seppur indimostrabile, essendo per definizione le proprietà organolettiche di un cibo connesse precipuamente alla sensibilità individuale), ma vigliacco se da oggi in poi verserò mai più un goccio di Pils, di Weisen o di doppio malto senza aver quasi coricato il bicchiere.
Questa martoriante presa per il culo comunicativa si fa odiosa quando raggiunge simili vette di superficialità espressiva modaiola. La comunicazione si muta in un’elegante veste all’ultimissima moda, il luccichio dei cui lustrini viene utilizzato per abbagliare la vista, in modo da non lasciar trasparire l’effettiva assenza sottostante di contenuti effettivi. Sotto il vestito, il re non solo è nudo, ma addirittura nullo.
La comunicazione diventa l’involucro di una scatola ormai vuota di conoscenza vera; è ridotta insomma ad una succulenta padella di pollo alla diavola sfrigolante, che una volta alzato il coperchio, si rivela diabolicamente orfana del pollo.
La cosa più sconsolante è constatare come tantissime delle cose che escono fuori dalla perfida scatoletta televisiva, si presentino con questa caratteristica: sono cioè portatrici di una futilità che monoliticamente «…conserva intatte le sue proprietà organolettiche…».

Per divertimento intellettuale, ho immaginato allora come si potrebbe riciclare ottimamente l’espressione incriminata nei più svariati frangenti comunicativi quotidiani.
Mettiamo il caso di un brutto incidente stradale. Immaginiamolo però spettacolare, ma senza gravi conseguenze, perché se l’esempio vuol essere divertente, non può mica finire male. In questo caso è dunque un interdetto di un guidatore che sfrecciando a velocità folle, si sfascia contro un platano. Possibili commenti da bar in versione “comunicativa”: «…ha sfidato la propria incoscienza: sapeva che rischiava lo schianto, ma non aveva tenuto in debito conto che il platano ha sempre il cattivo vizio di “conservare intatte le sue proprietà organolettiche…”…».
Altra applicazione della frase. Il capo ufficio vi stressa, vi assilla, fa il despota a suon di decisioni calate dall’alto, senza tenere in minimo conto i saggi suggerimenti di chi il lavoro lo affronta ai livelli inferiori, ma nel vivo dello suo svolgersi, laddove si colgono con più chiarezza le sfumature ed i meccanismi genuini dell’attività. Commento dell’umile operaio, dopo l’ennesimo flop nei risultati della ditta: «…noi ci abbiamo provato a parlare col dirigente, ma niente da fare, lui “conserva intatte le sue proprietà organolettiche…”…».

Insomma, giusto per rimanere in tema di birra: meditate, gente, meditate. Comunicare e sapere son due cose ben diverse. Chi padroneggia bene la comunicazione, può anche permettersi il lusso di non sapere pressoché una siderale fava di nulla, ma sa mettervelo in quel posto convincendovi anche di aver «…conservato intatte le vostre proprietà organolettiche…».


giovedì 4 marzo 2010

L'uomo di carta


Do loro
dolore
e doloro.

Una mano
nell’umano
non è dato dare.

Prole di parole
solo sono.

martedì 2 marzo 2010

Sfogo d’un mattino di fine inverno

Sottotitolo: «Italia vaffanculo!»
(Testo: Mortacci, Porcacci – Musica: Zozzacci)


Questa mattina, mi son svegliato…e ho trovato l’invasor…
Ah, no…quella era un’altra storia.
In realtà è da mo’ che siamo invasi. Invasi da noi stessi. L’Italia è una nazione auto-invasa che si dà incessantemente mazzate sulle orchidee, con la malintesa illusione di stare praticando una dilettevole pratica autoerotica.
Su questo tema, non vi posso venir a raccontare novità, cari amici viandanti per pensieri che con me condividete lo zozzo privilegio di vestire tutti i giorni i panni della italiotità.
Essere italiani è un fastidio che bisogna sopportare, così siamo nati e così dobbiam procedere rassegnati. Lo sapete benissimo quanto me, come funziona. Ogni santo giorno della minchia che il cielo manda in terra, ci si infarcisce le orecchie di notizie sempre più balorde: corruzione a crescita esponenziale, malaffare come se piovesse, arroganza, superficialità, zero rispetto per tutto e per tutti.
Uno ascolta e manda giù. E Pensa: va beh, ma non è tutto così, ci sono ancora le persone per bene, per fortuna (e sarà anche vero, non lo metto in dubbio).
Uno ascolta e manda giù (ci sono ancora le persone per bene: ohm!!!)…ascolta e manda giù (ci sono ancora le persone per bene: ohm!!!)…ascolta e manda giù (ci sono ancora le persone per bene: ohm!!!)…
Finché un bel giorno, sente una notizia, non importa se sia più o meno grave. Magari ne aveva sentite duemila ben più terribili fino a lì. Però quel che conta è che si tratti della notizia stercoraria giusta al momento giusto, quella briciola di letame che mancava per arrivare all’orlo, quel rospo in eccedenza venuto a dare il “tana libera tutti” alla banda di zompanti batraci ingurgitati fino a quel punto.
La notizia che ho sentito io era grave (ma mi è successo altre volte che fosse sufficiente anche molto meno). In pratica, ho sentito che ci sono dei tizi balordissimi ed innominabili che stanno approfittando delle disastrose condizioni in cui versano Lambro e Po sversati di lordure, per disfarsi di altro materiale inquinante, nella speranza di passare inosservati e quindi impuniti, in base al loro perverso teorema secondo cui schifo sommato a schifo non farebbe molta differenza.

E tanto m’è bastato per dare il via al profluvio interiore dello sfogo nazionale: «…Ma vai in malora, Italia bastarda!!! Bel Paese un paio di palle: ormai sei poco più d’una carogna imputridita, cosparsa di lugubri vermi e malconci avvoltoi che si contendono in squallida lotta la tua misera carcassa.
Vai a fondo, barcone bucato!!! E’ giusto così, “Non val cosa alcuna / I moti tuoi, né di sospiri è degna la / Terra” fetida tua. Non fosti mai una nazione degna di questo nome, men che meno uno Stato, se non magari intendendoti come participio passato: sei solo un qualcosa che forse una volta è stato, ma che di certo ora non è più.
Baldraccon de’ Baldracconi! Italia, sei più fottuta di una puttana all’ora di chiusura (cit. “Dead man”, Jim Jarmusch – 1995)…».

In questo modo, guidando e mirando verso la città, il mantra auto-flagellante mi si gonfiava dentro il petto sempre più, vedendo quella fiumana di bastardi sulle loro scatolette di latta, a mia volta bastardo anch’io nella mia scatoletta, tutti in coda a sgomitare per un sorpasso inutile ma potenzialmente mortale, senza rispetto, senza ritegno, senza capire il senso di quel che si sta facendo, per ritrovarsi tutti ancor più bastardi e insensati alla prima grande rotatoria alle porte della città: chi aveva rischiato l’osso del collo per arrivare prima, e ora si trovava un solo micragnoso metro davanti a chi invece era stato prudente.
Un millimetro c’è mancato che tirassi giù il finestrino, inveendo alla volta di uno di questi incoscienti con l’offesa più grave che sul momento mi passava per la testa: «Brutto figlio d’italiana!!!».
Capita poi che quando si apre il barile del letame, ci vanno appresso anche tutte le ruggini accumulate e lasciate in sospeso, è così ho pure pensato che ce la meritiamo tutta la schifezza della canzone del Pincipe e del Pupo, è l’esatto specchio del nostro abbruttimento attuale. Così, parafrasando quei sommi versi d’animale, ho concluso fra me e me con questo inno devastante: «Sì, stasera son qui a ragliare come un mulo: Italia amore mio, ma vaffanculo!»

Poi d’un tratto mi son destato: era stato solo un brutto sogno. Ad occhi aperti, ma pur sempre un brutto sogno. E per fortuna che non sono andato nel fosso, anzi, al momento del risveglio ho fatto giusto in tempo a constatare che tutto era tornato a scorrere normale.
Infatti guidavo, riascoltavo i miei pensieri, e rimandavo giù (…ci sono ancora le persone per bene: ohm!!!) e alla seconda grossa rotatoria per entrare in città, vedo che un interdetto era andato a cozzare con la sua scatoletta proprio contro una gazzella dei Carabinieri. La cosa più divertente era che i Carabinieri avevano ragione, e la speranza più ghiotta era che al tapino, a quel grande italiano, non solo ritrassero la patente, ma che gliela ficcassero pure soavemente su per il buco del c…amino.