20 - "Le cose, nelle cose, nelle cose, nelle cose..."
Oggi un pensiero semplice (forse) e un po' strano, che nasce da questa foto. Non è bello rovinare l'incanto ottenuto con la fantasmagoria fotografica (inquadratura, effetti correttivi, piccoli ritocchi e così via), ma per il mio discorso mi serve dire che si tratta di un umile cespo di insalata. Rigogliosa, ubertosa, ricca di eleganza finché si vuole, ma pur sempre insalata.
Il bello è che invece, per come si pone in questa immagine, potrebbe essere una grossa rosa spaziale, una medusa dei cieli, un nuvolone carico di piogge visionarie, l'ombelico di una creatura fantastica, un buffo asteroide, una preziosissima gemma grezza gigante...
Questo mi suggerisce un pensiero: tutto prosegue sempre nel tutto. Ogni cosa si completa nelle altre, nella grande festa della compenetrazione universale.
Se mi è concesso l'ardire, il pene è soltanto una clitoride che s'è incamminata per una strada più chiassosa; il torace virile, quando distribuivano la grazia, è arrivato in ritardo, e le tette erano ormai terminate; un ricco è un povero con meno fantasia; la luna è un sole che ama far baldoria mascherandosi di notte; un bacio, non si capisce mai bene fra i due chi lo sta dando e chi se lo prende...
Così succede per ogni cosa al mondo. Una entra dentro l'altra, si muta in essa e lì assume nuovo sembiante, che al tempo stesso è ancora quello di prima, eppure diverso, e avanti così. Tutto questo grande spettacolo sembra pensato quasi per noi. Perché possiamo nutrire il nostro stupore, e continuare a dire: ma io questa cosa...bah, mi sbaglierò, eppure mi sembra di averla già vista da qualche parte...
È la grande danza delle forme e della sostanza, che ci invita ogni istante a fare un ballo. È la parola in bilico perenne sulla punta della lingua: a volte affiora alle labbra, a volte no, ma sappiamo che un giorno o l'altro qualcuno la pronuncerà.
Una "puzzola" si era stancata di fare "fuffa" da mattina a sera nel bosco.
- Questo posto diventa sempre più "fuffigno" ogni giorno che passa - pensava - non c'è altro da fare che grattarsi la"pancia", o andare a piedi fino alla cima della montagnola a "tetta", ma una volta giunti sul "capezzolo", è sempre lo stesso panorama.
Si mise allora a "rimuginare" su come avrebbe potuto "sgattaiolare" via. Ma essendo "puzzola", convenne che le si addiceva meglio "spuzzolare" da qualche parte. Avrebbe scoperto il posto "posticcio" in cui si nascondeva il mistero del suo "afrore".
Dalla riva del ruscello, vide passare un "ceppo" di "mogano" "fluitato" dall'acqua. Con impeto "balzano", si lanciò a bordo. Non aveva mai provato tanto "gaudio". "Spruzzi" d'acqua "ciccia" le "lambivano" la "pelliccia", in uno "sciabordio" talmente delicato da sembrare bello "pellicciato".
Durante il viaggio, avvistò tanti amici, magari affacciati fra i "ciuffi" d'erba, appesi "penzoloni" a un ramo, o "sguazzanti" con soddisfazione dove l'acquoreo corso fa un "giubbotto" alle caviglie. Sotto la cupola "frondosa" d'una rovere, intravide persino la "lontra" e la "moffetta" lanciare una "sfida" di "briscola" alla "donnola" e al "furetto".
La "pellicciosa" crociera si protraeva ormai da varie "pelliccevoli" ore, e la faccenda si stava facendo oltremodo "pellicciata", anche per una "pellicciarda" adusa alle espressioni più "pelliccione", qual era la "puzzola".
Fortuna che lungo il tragitto, la "puzzola" ingannò il tempo "sbocconcellando" pezzetti di "zenzero", frutto da lei assai gradito perché privo di "picciuolo". Vinse così la fame e la sua "insidia", fino a quando il "ceppo" incappò in un'"ansa" arrestandosi. Poco distante, un gruppetto di lavandaie se ne stava, dando sfoggio della propria alta maestria nell'arte del "se ne starsene", e curandosi nel frattempo anche del bucato.
Nascosto fra le "frasche" appena dietro le "ragazze", la "puzzola" notò un giovane. Non ci voleva la sapienza "olezzante" di suo cugino lo "zibetto" per capire che il ragazzo si stava "struggendo" per una delle belle lavanderine.
- "Peli", "alito", "polpastrello", "pollice" e "mignolo"! - pensò la "puzzola" - quel "giovinotto" di certo mira il "ricciolo" a rimirar di qualche "donnesco" "pertugio"! -
Si avvicinò un po' circospetta, un po' "circospuzzola", e vedendo il ragazzo a quattro zampe, lo interrogo circa il suo portamento "arcano".
Quegli si mise a "sciorinare" doglianze d'amore:
- Son perdutamente invaghito di quella giovane lavandaia, ma per la vergogna non oso dichiararmi, perché oggetto supremo del trasporto mio è il suo "cavo popliteo" -
La "puzzola", all'udir simili titubanze, si sentì d'incoraggiare lo spasimante: - Non tentennare qui nel "muschio", falle vedere quanto sei maschio! Vai, non essere "orso", di vasta audacia inghiotti un bel "sorso"! -
Preso il toro per le corna, il giovane s'inoltra verso la bella, ma nella "miscellanea" d'emozioni, lo tradisce un "borborigmo". Giunto infine al cospetto di lei, intimorito come al portone d'una reggia, non sa trattenere una gran "scoreggia".
Ma qui mirabile, inusitata è la sorpresa. Come per telepatico intendimento, cagionato dall'anti-impresa, ecco la donzella proclamare:
- Oh ipersensibil cavaliere, farvi dono del mio poplite è per me dolce dovere! -
E giù la la "puzzola" a "gigioneggiare", "burleggiando" fra di sé:
- Mamma mia che eccelso "sfiato"... e io che mi credevo in gran difetto, se ogni tanto mi scappa un "fumetto"! Di certo lui non le ha suonato il "liuto", ma l'ha presa diretta per il "fiuto"! Non sarò più fuori moda, se sollevo un po' la "coda"!
E dopo averne così viste un sacco e una carrettata, verso casa la "puzzola" si lancia ch'è una "schioppettata". Non vede l'ora di raccontare al "ghiro", al "lattonzolo" e alla "faina", che "sinfonia" si suona laggiù in fondo alla stradina, sotto la cappa della foresta tremula, giusto svoltato l'ultima "primula".
Certe parole le adoro, perché sono capaci di fondere insieme una sonorità elegante e il gioioso rimando innescato dal loro significato vero e proprio. A volte mi piacciono invece perché trovo il loro suono irresistibile, così, senza troppa preoccupazione per il senso.
Vado matto ad esempio per la parola "puzzola". Non ne ho mai vista una dal vero e mai gradirei trovarmi nel raggio d'azione delle sue ire gassose, ma questo per me è proprio uno dei casi in cui la grazia della parola si riverbera in simpatia sulla bestiola relativa. Fra i miei beniamini, c'è anche il termine "fuffa": una delle etimologie possibili pare essere "garbuglio di fili", da una parola d'origine toscana ancor più bella, "fuffigno".
Mi strapiacciono tante parole legate a parti del corpo umano. Qui il significato gioca un ruolo decisivo, ma non sempre. Irresistibile è "pancia", una parola che solo a sentirla pronunciare o a vederla scritta, ti mette il buon umore. Di stratosferica bellezza anche "tetta", una parola, mille mondi: l'infanzia, la sensualità, la vita, l'eros. A tal proposito, per dimostrare di non essere "di parte", bensì di stare facendo un discorso sulle pure parole, aggiungo che non mi garba tanto la parola "capezzolo", pur ammirando a dismisura il corrispettivo anatomico concreto reale (e femminile).
Sempre in ambito corporale, mi piacciono un sacco "peli", "alito", "polpastrello", "pollice" e "mignolo" (meno gli altri tre, anulare e compagnia, hanno nomi troppo burocratici).
Una delle parole-meraviglia più intense per i miei gusti deriva sempre da "pelo" o "peli", anche se esula dall'umano in senso stretto. Mi riferisco a "pelliccia": non so come mai, ma "pelliccia" mi fa letteralmente impazzire (sempre e rigorosamente se immaginata indosso al corrispettivo animaletto vivente). "Pelliccia" è gioia verbale concentrata, con tutte le sue varianti ancor più acrobatiche per profilo sillabico: "pellicciotto", "pelliccetta", "pelliccione", oppure anche sotto forma di neologismi che non fanno troppe difficoltà nel lasciarsi creare, come"pelliccioso", "pelliccevole", "pellicciato", "pellicciardo", e come questi se ne possono creare a volontà.
L'italiano è già una lingua strepitosa di suo, e poterla parlare da "nativo" credo sia uno dei più grandi privilegi che possano toccare in sorte su questa terra. Ma a volte penso di avere una particolare fortuna nella fortuna, a essere un parlante italiano, perché mi offre il gusto di poter pronunciare la parola più bella al mondo per indicare una delle bestioline a me più care: il "gatto". Tra "gatto" e "pelliccia" non so quale mi rapisce di più. La "pelliccia"del "gatto" è il massimo dei massimi espressivi.
Si danno poi casi di parole non propriamente esaltanti per il significato, ma molto simpatiche in virtù di un equivoco non detto, serpeggiante in sottofondo. Suonano infatti simili ad altre parole, seppur del tutto diverse; magari sembrano una loro versione stropicciata, e ne nasce una giocosa confusione. Un esempio è "posticcio". Non indica nulla di lusinghiero, dà un'idea di fasullo, di camuffato. Eppure, confuso con la parola "posto" (che di certo etimologicamente c'entra qualcosa), può suggerire espressioni scherzose, tipo: vieni che ti porto in un bel posticcio.
L'elenco di parole fascinose sarebbe sterminato, ma non voglio dilungarmi oltremodo. Chiudo allora con una raffica di commiato, come nella miglior tradizione degli spettacoli pirotecnici: "rimuginare", "fluitato", "ciccia", "sciabordio", "donnola", "ricciolo", "gaudio", "afrore", "orso", "donna", "sciorinare", "sfiato", "furetto", "pertugio", "lontra", "schioppettata", "zibetto", "giubbotto", "gigioneggiare", "moffetta" (altrettanto bello di "puzzola"), "liuto", "coda", "faina", "muschio", "olezzo", "insidia", "lattonzolo", "sinfonia", "primula", "ghiro", "miscellanea", "borborigmo" e, per armonica conseguenza, "scoreggia".
Ci sono giornate che dal cielo viene giù il massimo dell'indecisione, sotto forma di pioggerellina a singhiozzo. Il tempo si rotola stancamente sul suo divano di nubi grigie e latte, in un ondivago "piovo-non piovo". Quando questo diffuso sentimento etereo coglie a terra talune personalità che hanno fatto della titubanza quasi una filosofia di vita, ne conseguono buffe cose.
Per chi è solito spostarsi in bici, si pone il primo arduo dilemma: portarsi dietro o no l'ombrello. A me due gocce in realtà non darebbero fastidio (se rimane nei patti che si limitino a due). "...Rain rain rain / I don't mind / shine shine shine / the world is fine..." non a caso sosteneva il poeta ("Rain" - The Beatles - 1966).
Il cruccio maggiore è per gli occhiali. Non sopporto che si infiocchettino di pallini umidicci. La mia condotta etica di uomo della pioggia, al primo articolo del proprio codice, recita dunque: ombrello sempre.
Il fatto è che con la pioggia molto rada, si esce spesso dallo stradello di casa mentre cadono dieci gocce a chilometro quadro, e dopo ventitré pedalate di numero, l'elargizione pluviale cessa del tutto.
A quel punto, secondo amletico dissidio: chiudere l'ombrello oppure proseguire nel proprio vagare a paratia spalancata, rinfocolando vieppiù la nomea di fesso accreditato, conquistata con anni di condotta da irreprensibile individuo assai poco normale?
Quasi sempre scelgo la seconda soluzione: la mia marcia continua fieramente a ombrello sbandierato a riparo del nulla. Non solo per la pigrizia di fermarsi e chiuderlo. Ma per una motivazione più intima, legata al desiderio di porsi in sintonia con le onde armoniche del surreale puro.
Anche se non portano al suolo nulla di idrico infatti, queste giornate dal tempo temporeggiante recano con sé di solito un'aria alquanto fresca. Sotto il tubo volumetrico di quel tetto di tela con frange a lembo di pipistrello, si forma allora un'immaginaria cabina di tepore.
È bellissimo proseguire la pedalata nella fierezza di ostentare la propria stupidità agli occhi dei passanti. Perché se già fare una cosa inutile può riempire d'orgoglio, farne una poetica aggiunge un valore inestimabile al gesto.
E ci vuole un attimo a quel punto a pensare di essere un "supereroe termico" protetto dalla sua cortina di protezione, in grado, fra le tante sue speciali proprietà, di frapporsi alle frequenze del visibile. La tentazione del fantastico sfiora vette tali, che ancora un po' e ci si azzarderebbe a far gestacci o smorfie assortite, oppure ad aprirsi la patta di fronte a chiunque s'incontri, tanto intensa è ormai la "quasi certezza" di non poter essere visti da nessuno.
Alla fine, giunge puntuale e impagabile la soddisfazione di sapere che la gente ti ha contemplato come un idiota vagante ad ombrello aperto per "non bagnarsi di asciutto", mentre invece stavi solo completando una tappa del tuo tour di ciclo-poesia.
Si conclude con questa puntata l’excursus modaiolo-favolistico di Kika fra le principesse da fiaba. Il personaggio che vediamo oggi è la Regina delle Nevi (portato alla notorietà dalla fantasia di Hans Christian Andersen).
L’immagine della Regina delle Nevi è stata scelta più per ragioni di suggestione che per il suo pregio artistico. Per ragioni logistiche, da parte mia mi limito per questa volta all’indagine fisiognomica.
Ravanando nei bassi fondi della visionarietà fisiognomica, ho scovato tre somiglianze seriamente intese, più un quarto volto scherzoso suggerito da Kika. Una cosa è certa: il mio immaginario femminile si conferma essere alquanto datato.
Il primo volto si adatta alla somiglianza anche in virtù della sua enigmaticità:
Questa è Kate Bush, leggendaria cantante inglese, una meraviglia del mondo musicale sbocciata sul finire degli ani ’70.
A seguire, un altro viso notissimo:
Abbiamo stavolta una grandissima dello spettacolo in ogni sua espressione: Liza Minnelli.
Ecco poi la terza somiglianza:
Un’altra icona della canzone pop anni ’70, però del panorama italiano: Marcella Bella.
E infine, chiudiamo con l’accostamento scherzoso, indicato da Kika:
Siamo sempre nell’ambito della musica leggera di casa nostra, con l’inconfondibile maschera di Renato Zero. E a ben pensarci, l’ambivalenza di genere da sempre suggerita col suo personaggio, rende meno scherzosa la somiglianza di questo multiforme cantante con la Regina della nostra favola.
Ed ora ci aspetta un bel giretto sul blog di Kika, per scoprire come la nostra maghetta di moda preferita ha reinterpretato il look della Regina delle Nevi e di Gerda, un altro personaggio della fiaba.
Per "praticità esistenziale" siamo abituati a classificare le cose della vita, e a disporne, un po' per compartimenti "quasi stagni".
La fondamentalissima e primaria suddivisione più che mai familiare a ciascuno, è quella fra mente e corpo. Da questa, come da una matrioska più capiente, esce fuori tutta una serie di altre classificazioni: cuore e testa, pancia e razionalità, sensi e pensiero, anima e fisicità, emotività e riflessività, e via di questo passo.
Un simile modo di guardare al mondo "per territori recintati" non è che sia completamente infondato o errato per intero. Ha prima di tutto una sua utilità, ci aiuta a passare in rassegna e ad affrontare meglio le svariate incombenze del vivere. Ci fornisce una buona mappa del territorio, grazie alla quale ci possiamo orientare meglio e con più ordine.
Ma non sarebbe male tener sempre presente che nella sostanza si tratta pur sempre di una sorta di "artificio contabile". Nell'effettività del "reale", ogni persona è un "continuum". Non sono date interruzioni fra ambiti. Essere consapevoli di ciò è importante.
Fra le figure retoriche, ne esiste una molto affascinante, che può aiutare a cogliere meglio il senso di questo concetto: si chiama sinestesia. Consiste nell'esprimere un'impressione sensoriale appartenente a un certo ambito percettivo (per esempio, il tatto), nei termini propri di un altro dominio dei sensi (per esempio, l'olfatto). Una frase scritta in termini "sinestetici" potrebbe allora essere qualcosa del genere: "...il profumo di lei era talmente fascinoso, che ne sentii tutto l'abbraccio caldo e sensuale..." (tanto per fare un po' di dannunzianesimo dei poveri...).
Lo "spirito" della sinestesia può farci da guida allora anche per addentrarci meglio nella fisionomia della nostra "logica esistenziale". Ci potrebbe risparmiare tante presunzioni o false convinzioni. In tante circostanze, siamo convinti di aver fatto scelte dettate dalla ragione più stringente, e invece anche la pancia ha detto ampiamente la sua. Questo succede perché per l'appunto non siamo macchine fatte per componenti sommate fra loro, ma una totalità vivente, a cui può capitare di risolvere un arditissimo dilemma metafisico anche col fondamentale intervento del duodeno o del mignolino del piede.
A di là della facezia, rimane vero che il nostro essere affronta il mondo come una totalità sempre integrata. Di noi tutto è nobile: dal più prezioso dei neuroni, sino al più umile fra i peli del culo, ogni nostra parte partecipa e contribuisce in misura importante alla misteriosa sacralità dell'esistere.
Chissà quante volte avremo provato quella sensazione riassumibile nella frase: "...quando ero bambino, le giornate sembravano non finire mai...".
La cosa non è ovviamente dimostrabile in termini rigorosi, ma che ci sia qualcosa di vero al proposito, lo intuiamo, lo subodoriamo. E se non si tratta proprio di cosa vera, perlomeno l'illusione (o persuasione) rimane potentissima.
Ciò che è vero psicologicamente, o "idealmente", può dirsi vero anche in assoluto? Non sarò certo io a dirimere una simile questione che ha tenuto impegnati i migliori filosofi di tutte le epoche. Sospendo il giudizio e mi accontento di accogliere la suggestione che ne consegue. Credo sia già un buon risultato.
Secondo la visione platonica, che affonda le radici nell'energia sapienziale del mito, deriviamo da una dimensione in cui si godeva della conoscenza perfetta. La verità era in nostro possesso, ma venendo noi al mondo, è intervenuta una forma di oblio a cancellare ogni cosa prima conosciuta.
Il nascere alla vita ha coinciso con la nostra "individuazione". Uscendo fuori dal multiforme indistinto, abbiamo dovuto iniziare tutto da zero, gradualmente sforzandoci di imparare cosa voglia dire essere "uno".
Abbiamo dovuto mettere da parte il lusso di non badare alla misurazione dell'essere. Anzi, dall'essere puro siamo stati precipitati nell'esistere (la differenza è cruciale). Il pensiero calcolante si è fatto largo dentro noi. La valutazione dell'utile e dell'inutile, del vantaggioso e dello sconveniente, s'è fatta familiare in modo pressante.
Cosa ci sia di vero in tutto ciò (quasi inutile ripetere) non sarà mai dato a sapersi con incontrovertibile certezza. Di fatto, in tanti periodi della vita ci pare di assaporare sottofondi d'infinito che albergano in noi. Uno dei più intensi di questi periodi è appunto l'infanzia. Da bimbi e ancor prima da neonati, siamo stati dei piccoli miracoli di sconfinata estensione esistenziale.
In età adulta, ci appare così miserevole, per certi versi, questo tempo delle nostre giornate, così circoscritto e definito. L'incommensurabile infantile al confronto è una gemma preziosa incastonata sopra un inarrivabile gioiello.
Sembrano considerazioni oziose e vaghe. Ma se ci si fermasse un po' ogni tanto a riflettere su questa nostra nobile origine dalle propaggini dispiegate sino al fondo del nucleo del mistero, forse ne uscirebbe rivalutata e ridimensionata in importanza, la considerazione di questo nostro tempo adulto, troppo spesso intriso oltremodo di tracotante pienezza di sé.
QUESTO BLOG E' FELICEMENTE IMMUNE DAL "PIUTTOSTO CHE"UTILIZZATO (SBAGLIANDO) COME SINONIMO DI "OPPURE"
Gemellaggi e altre Gillipixate...
Cari lettori di andarperpensieri,
Vi ricordo che quasi tutti i venerdì, questo mia variegata paginetta si gemella con il caro blog amico di Kika, la quale vi riveste con grande maestria i soggetti femminili di quadri storici, mentre il vecchio Gillipix indaga fra i volti della modernità, alla ricerca di insospettate somiglianze fisiognomiche. Tutto questo in:
«...Codesto solo oggi possiamo dirti,/ ciò che non siamo, ciò che non vogliamo...»
Montale (...E' u' Genio) ---
«Vivere? Lo facciano per noi i nostri domestici.»
Villiers De L'Isle Adam ---
«Come tutti gli scansafatiche, anche io volevo scrivere...».
Bruce Chatwin - "What am I doing here" --- «Tempo fa ero indeciso, ma ora non ne sono più così sicuro» Boscoe Pertwee - XVIII secolo
--- «Non mi sono mai pentito di essermi sempre pentito» - Gillipixel - XXI secolo
I CATTOLICI SONO ATEI
-
Secondo me la cosa peggiore che può capitare a un essere umano è non essere
religioso. Sono serio. Credere in un dio benevolo, una giustizia
ultraterrena, ...
About me
-
Eccomi nel mio studio a Sanremo.
Ma facciamo due passi indietro...
Mi sono formata come pittrice negli anni 90 all'Accademia Balbo di
Bordighera sot...
Parole, alberi e un libro nuovo
-
Se mi avete vista al lavoro in laboratori con grandi e piccoli in questi
anni, avrete sicuramente giocato con me al gioco del “petit onze”, quella
che io c...
CONFITEOR #6
-
perché dove non arriva la sfiga...arrivo io!
Perché io lo so che la casa è lo specchio di chi la abita e che il nostro
pianeta è la più grande casa.
E a...
Confusion
-
Altri dubbi sulla tecnologia.
Se un Blogger non scrive per diverso tempo ,si deve capire che ha dei
motivi personali anche gravi di salute per non pot...
L'auto disciplina
-
E’ da un po’ che ci penso mentre osservo le persone , poche in verità,
andare in giro per le strade della mia cittadina. Qualcuno è avvolto in una
sciarp...
UNDICI
-
*Giovanni Segantini*,* L’angelo della vita*. Olio su tela. 1894. Galleria
d’Arte Moderna, Milano
11 come le parole piccine che ti sussurro all'orecchio a...
Gelo
-
Buon anno nuovo a tutti.
Propositi del 1 gennaio: leggere e acquistare nuovi asciugamani.
Cose concretizzate il 2 gennaio: presi libri nuovi e asciugamani.
L...
Un saluto ad Andrea Camilleri
-
.
Non basta leggere, bisognerebbe anche capire.
Ma capire è un lusso che non tutti possono permettersi.
(da *Segnali di fumo*)
SPELACCHIO
-
Il Vero, unico e solo spelacchio è Lui, tutto il resto sono misere
imitazioni:-) Chi meglio di Spelacchio rappresenta questo nostro tempo di
vita intensa f...
Comunicazione di servizio
-
Come avrete notato ormai da due anni e più il blog soffre. Scrivo poco, più
per dovere forse, e non mi sento stimolata.
Ho cercato un'altra modalità per rip...
L’UOMO RAGNO NERO
-
Ho a che fare quotidianamente con ragazzi immigrati perché insegno loro
l’italiano. Sono richiedenti asilo, rifugiati, in attesa di permesso di
soggiorno...
Our souls at night
-
Some books just happen with such an impeccable timing. I've hidden Our
souls at night by Kent Haruf in a corner of my mind for months and started
it when...
...disegni
-
"Cos'è disegnare? Come ci si arriva?
E' l'atto di aprirsi un passaggio attraverso un muro di ferro invisibile
che sembra trovarsi tra ciò che ci si sent...
TEMPI MODERNI
-
Qualche tempo fa è venuto nel mio studio un bimbo che voleva fare lezioni
di disegno, accompagnato dalla sorellina e dalla mamma.
G. ha otto anni e le...
UNA SERATA CON THE INVASION A FORLI’
-
Altro appuntamento con il nostro The Invasion – A Coypumentary sabato 8
ottobre a Forlì (FC), in via Hercolani 5, alle ore 19:30. “Nutrie: tutta
un’altra s...
Valentine Cats ♥
-
martha stewart
Oh ciao, rieccomi... Oggi con dei bei gatti valentiniani, domani finalmente
con un outfit veloce... e poi torno anche a dirvi tutto il res...
Rimpinzati, ma di baxciut saziami
-
La principessa *Galaeld* era ghiotta di *accorns*. Ne ordinò un quintale a
mastro *Eribowit*, il quale così la omaggiava, dall’ingresso della sua
botte...
PERDONATELA
-
In chat con V.
*"Ho mangiato quattordici Ferrero Rocher, ora che mi succede?"*
*"Come minimo passerai la nottata in bagno..."*
*"Cioè?"*
*"Ma come quattordic...
Perché è qui?
-
*Le parole sono tante, troppe, affollano il cervello, non vogliono uscire,
perché è qui? ti manca il tuo amore peloso, doveva essere una vacanza, solo
soff...
L’ameba mangia-cervello
-
Qui
http://lorologiaiomiope-national-geographic.blogautore.espresso.repubblica.it/
(uff, devo riuscire a scoprire come si fanno i redirect)
Privilegi
-
Non cè malumore al mondo che un paio di scarpe nuove non possano
cancellare. La percentuale di miglioramenteo è direttamente proporzionale
all'altezza del ...
Dell'educazione del pargolo italiano
-
Vado maturando il sospetto che tanti difetti dell'italiano medio nei suoi
rapporti con la politica abbiano la loro origine nella matrice educativa
ricevuta...
Lilith o Eva?
-
LILITH ED EVA
In principio Dio creò il cielo e la terra e poi Adamo ed Eva .eh no!Pare
che nella tradizione ebraica la prima donna di Adamo non fu Eva ma ...
Chiuso
-
Il 24 maggio di 3 anni fa, in una sera da nulla facenti, il mio amico maus
mi ha insegnato ad usare blogspot. E' cominciata lì questa avventura web.
Come t...
Open that damn car door, Harvey
-
[image: Image Hosted by ImageShack.us]
Io uso Second Life per fare quello che nella mia vita vera non posso
proprio: volare come un uccello, costruire edi...
La fine arrivò un venerdì mattina di fine gennaio.
-
Senza esplosioni o clamori. Così come arrivano le cose peggiori:
silenziosamente. La Nation Wide Bank smise semplicemente di rispondere alle
telefonate d...