venerdì 18 settembre 2009

Anime in piena


Quell’autunno il fiume non aveva scherzato niente.
Le sue lunghe zampone ondose si erano distese a lambire minacciosamente gli steli d’erba più alti del ciglio dell’argine maestro. Il pericolo sovrastava i tetti delle case, ed il pelo dell’acqua in bilico sulle teste della gente contrastava di sfumature innaturali con la placidità delle prime candide nuvolette sbuffate dai comignoli.
Da sbarbatello, sei capace di stupori così vasti da non lasciare spazio alla paura che pure spinge ai confini della tua piccola anima. La mente ed il cuore del bambino sono come un setaccio. Di certi fatti dei grandi sanno trattenere solo l’eccezionale. La parte principale dei timori e delle apprensioni è roba dei grandi, appunto. Che se la sbrighino loro.
Eravamo anche stati a casa da scuola un giorno o due, e quel via vai inusuale di gente e di mezzi sulla corona dell’argine sembrava il nastro di lucine colorata di una giostra mai vista così grossa in paese.
Solo quando diventai più grande compresi che i momenti di felicità personale ed i fatti tutt’intorno spesso possono scorrere su binari molto diversi fra loro, e con velocità che quasi mai si conciliano.
Una sera il grande uovo fritto luminoso della fotoelettrica dell'esercito aveva squarciato l’oscurità, attirandomi come una calamita ad un giretto di perlustrazione sull’argine.
Il grosso del rischio era ormai fluito a valle insieme alla cresta più puntuta dell’ondata di piena. Gli animi erano un po’ più distesi e a parte la residua tensione dedicata a controllare che i piedi dell’argine non presentassero unghie rosicchiate dalle talpe (“nutria” all’epoca era poco più che un errore di ortografia), anche per i grandi era venuto il momento di comprarsi un biglietto di andata e ritorno fra i ricordi della loro gioventù.
I sacchetti riempiti di terra adesso servivano più da sedili improvvisati che non da barriera all’irruenza dell’acqua. Gli uomini di mezza età citavano quella volta che nel boschetto di pioppi, ora momentaneamente immerso nella fanghiglia golenale, erano riusciti a portarci per la prima volta la morosa.
Qualcuno si spingeva anche nel periglioso terreno dei dettagli più arditi di quelle avventure amorose. Facendo anche affidamento sulla pronuncia vernacolare stretta, credo contassero di depistare le orecchie più giovani zigzagando attorno ad assonanze che nel mio dialetto apparentano ad esempio “ciav’ga” (tra.: “chiavica”) e “ciavàda” (trad.: “chiavata”).
Sarò stato ancora piccolo, ma capivo già benissimo più o meno tutto, tanto da divertirmi due volte. Una, ad ascoltare. E la seconda, a pensare che per la “realtà ufficiale” io non dovevo capire.
I più anziani invece, con i toni bizzarri di un’omerica goliardia tutta tipica di queste zone, narravano le inverosimili gesta della alluvione più grande, quella dei 6 anni dopo la guerra. L’aria si era quasi impregnata di fango, quella volta: era questa l’idea che ti facevi ascoltando i resoconti dialettali, infarciti di quella “benevolenza bestemmiata” che solo i vecchi della mia terra sanno pronunziare con tanta classe e spontaneità.
Al confronto, è sconsolante ascoltare certi giovinastri paesani odierni intercalare i loro discorsi con un “porco” e una “Madonna” ogni tre per due. Loro sono nati col culo nella bambagia, che diritto hanno di lamentarsi?
Quei vecchi no, i gradi dell’arte bestemmiatoria se l’erano conquistata sul campo di battaglia della vita, e quando ne mollavano una delle loro intrisa dei florilegi più coloriti, avevi l’impressione di sentire tuonare una sorta di iperbolica preghiera laica, il cui significato qui riferibile potrebbe essere stato pressappoco: «…Cara al mé Dìu, i’ù patì gnan’mo a basta?...» («…Caro il mio Dio, non ho patito ancora abbastanza?...»).
Passati alcuni giorni, ero a zonzo coi miei fedeli sodali di scorribande in bici, quando individuammo sulla larga spalla intermedia dell’argine maestro, un grosso ed invitante mucchio di sacchetti di terra abbandonati sotto al bel sole autunnale che aveva ormai preso il posto degli alluvionali giorni piovosi precedenti.
Cominciare a modellare pallottole di terra fresca appena estratta dagli squarci aperti nella juta dei sacchetti, e passare a tirarsele dietro a vicenda, fu un tutt’uno.
Ecco altri due tratti somatici utili per capire se ti trovi o no di fronte alla faccia della felicità. La felicità è inutile e soprattutto non è progettata.
E quel pomeriggio provai forse una delle felicità più futili ed impreviste di tutta la mia fanciullezza, mentre col fiatone stracolmo di gioia mi nascondevo dietro il grosso cumulo di sacchetti per ripararmi dal terroso fuoco nemico, in una delle più epiche e leali battaglie combattute coi miei amici. Non mi ero mai sentito così amico dei miei amici, come quella volta che giocammo a fare i nemici.
Allora forse non me ne resi conto, ma in seguito capii che gran parte di quella gioia scaturiva dalla consapevolezza del pericolo scampato, attraverso la paura legata al quale la mia fanciullesca dimensione mi aveva illuso di essere passato immune.
Ma all’epoca anche questo non era previsto che lo dovessi capire.
Pure quella, era roba da grandi.



8 commenti:

Yossarian ha detto...

Il Po e' un fiume meraviglioso come il Ticino.

Ma quando scatta loro l'arterio sono bestie bruttissime.

Ti capisco Gilli, e bel post che mi ha fatto vibrare corde nostalgiche. Nel pavese ci sono sia Po, sia Ticino, e sono cresciuto a piene e argini travolti.

Fra l'altro al Ponte della Becca, confluenza fra Po e Ticino, quando arriva la piena si forma un 'superfiume' che e' uno spettacolo da film catastrofico.

Mette i brividi. Sembra il Rio delle Amazzoni.

Ogni tanto la Bassa mi manca.

Pavia manco morto.

Idem per le zanzare.

Uno dei motivi per cui mi piace Londra e' il Tamigi.

Fra l'altro all'estuario e' gigantesco e comunque e' molto profondo anche in pieno centro. Ci arrivano le navi di linea.

La cosa che mi fa impazzire del Tamigi sono le maree.

Ci sono punti in cui si alza di 5 o 6 metri.

Noi siamo 'gente di fiume' Gilli e quando chiamo il Tamigi 'Canale' come chiamiamo il Ticino a Pavia, Rachel s'incazza. LOL

Cosa facciamo oggi Yoss?

Andiamo a Canale Rachel?

Buon weekend Gilli

PS Se il Tamigi dovesse incazzarsi veramente sarebbero cazzi amarissimi e davvero catastrofici.

gillipixel ha detto...

@->Yoss: una volta ho sentito da qualche parte (non ricordo bene la fonte) una teoria del tutto a-scientifica :-) secondo la quale la gente cresciuta lungo certi fiumi di dimensioni discrete sono, beh, ecco...tutti tipi un po' suonati ma non scevri da una vena di genialità :-)
ecco, io magari quel gran genio non lo sono, ma suonato sì! Questo lo rivendico a pieno titolo :-) ci tengo :-)
sempre la stessa teoria diceva più o meno anche che la gente di fiume poi per tutta la vita sente dentro di sè una nostalgia che la richiama verso una grande acqua che scorre :-)
Il tuo rapporto col Tamigi mi ha fatto ripensare a 'sta cosa...
Il ponte della Becca lo conosco di fama, perchè è quello dei rilievi idrometrici ufficiali...qui da noi è come una sentenza divina, ha molto spesso dichiarato il nostro livello di pericolo o sancito la riconquista dell'incolumità...qui c'è pure un'espressione classica in dialetto, che si tramanda da generazioni: "cu fàla la Béca?", ossia: "cosa fa la Becca?", è uno degli interrogativi che scorrono più frequanti di bocca in bocca sugli argini nei periodi di piena :-)
Grazie per il tuo commento: sempre interessnti le cose che dici...
Buon week-end a voi (Rachel, te e l'ineguagliabile Tama :-)

farlocca farlocchissima ha detto...

bello gilly, proprio bello questo post :-)

gillipixel ha detto...

@->Farly: grazie, Farly...me lo sentivo che la mia metà chimerica avrebbe gradito :-)
è sempre molto bello scrivercisivi-leggercisicivi :-)

maria rosaria ha detto...

tutt'altra zona geografica la mia, ma sono anch'io figlia di un fiume. anzi sono nata su un'isola fluviale; il liri, in ciociaria, quando va in piena rende il paesaggio spettacolare. c'è anche una cascata grandiosa, pare l'unica in un centro storico in tutta europa. bellissimo il tuo post, scritto con grande ferratezza narrativa.
un bacio

gillipixel ha detto...

@->Maria Rosaria: ah, ecco...mi sembrava, EmRose, che in te ci fosse un tocco di mattacchionità fluviale :-)
dev'essere veramente fantastica una cascata in città...ho visto alcune foto sul web ora: è stupendo! Lo sapevo: una bellezza come te non poteva che venire da un luogo d'incanto :-)
Grazie per le parole sempre carine che mi riservi :-)

Maffy ha detto...

bellissima storia...

gillipixel ha detto...

Grazie, Maffy :-)