domenica 15 novembre 2009

Bergson sulla spiaggia


Quando una piccola illuminazione significante (leggi "epifania") ti si presenta con triplo salto concettuale, doppia coincidenza carpiata e coefficiente di difficoltà temporale 3.2, il normale stupore epifanico risulta ancor più acuito.

Solamente pochi giorni fa, avevo tirato in ballo un discorso riguardo gli attimi del nostro tempo, su come tendano a mutare paradossalmente in ricordo con una velocità che è superiore a qualsiasi possibilità da parte nostra di "presa concettuale dell'istante".
Non che avessi detto cose particolarmente originali. Sapevo che il tema è stato sviscerato dalla crema dei pensatori di tutti i tempi, fra i quali mi risultava anche Henri Bergson.
E fin qui tutto bene, regolare.

La cosa degna di nota (sempre nell'ottica di un sano "divertirsi con poco", s'intende) è invece un'altra.
Sto leggendo in questi giorni uno degli ultimi romanzi di Murakami Haruki, da parecchio tempo fra i miei beniamini narranti prediletti.
«Kafka sulla spiaggia» s'intitola.
Sono dunque lì che mi gusto la storia magistralmente giostrata dal buon Haruki, quando....in quale frase non ti vado ad incappare...

«...Il puro presente è il processo impercettibile in cui il passato avanza divorando il futuro. A dire il vero, ogni percezione è già ricordo...».

Inutile dire che ho fatto immantinente una capriola seduta stante (o meglio, coricata stante, perchè per la precisione si trattava di reading in bed).
Era esattamente quello che mi ero arrabattato a dire io! E la frase è proprio una citazione di Henri Bergson, da una delle sue opere fondamentali, «Materia e memoria».
Poco importa se uscendo dalla bocca del personaggio di «Kafka sulla spiaggia» che si produce nel dotto riferimento, una leggiadra e procace signorina, per un motivo che lascio scoprire a chi vorrà avventurarsi nella lettura, la frase risulta avere più o meno questo suono: Maheriae-memohia.
Ciò che importa è che ora mi è venuta una gran voglia di leggermi «Materia e memoria». Anche se so, cari amici viandanti per pensieri, che questo potrà suonare per voi come una grave minaccia.



giovedì 12 novembre 2009

In piedi: entra la corte!

E’ noto come il periodo della cronaca patria passata prossima, ormai archiviato fra i faldoni della storiografia moderna con l’arcinoto appellativo di «tangentopoli», abbia rappresentato nel primo scorcio degli anni ‘90 un momento di speranza per tutti gli italiani.

Le successive vicende sono sfortunatamente un film troppe volte già visto: il minimo sindacale del rubacchiamento diffuso è tornato ad imporsi come costume assodato, mentre l’atavico cinismo tornava a riappropriarsi dell’animo di una nazione intera.

Una piccola, tenera nemesi storica si sta tuttavia compiendo in questi giorni. Sarà soddisfazione minima, ma oggi possiamo orgogliosamente rendere merito all’unica illustre personalità italica che sia stata in grado di compiere l’impresa all’epoca solo accarezzata da fior fior di giudici.

mercoledì 11 novembre 2009

Er benzinaro vàààhhh contro corentéééhhh....

«…Er barcarolo va contro corente
e quanno canta, l'eco s'arisente.
Si è vero, fiume, che tu dai la pace,
fiume affatato, fammela trova'…»
“Er barcarolo romano” – Canto popolare (…romano)

Or non è guari, leggiadri viandanti per pensieri, che vi frangi-fluttuai le orchidee, narrandovi delle mie scorribande mentali fra sofisticherie di “surrealtà” semantica, scaturite da graffitanti zotichezze urbane.
Oggi ho due novità sul tema.
Per prima cosa, subito a seguire, sono in grado di recarvi testimonianza tangibile della fonte ispirante di quella mia scorribanda fra le bizzarrie grafo-politane.


In seconda convocazione, debbo poi rendervi edotti di un’altra mia avventura psico-verbale negli aleatori anfratti della villania cittadina messa per iscritto.
La cosa più buffa è che stavolta il misfatto è successo in ambito “non-graffitesco”. Questo rende l’episodio ancor più prezioso (ooohhh…stupore a pagamento!...).
Perché se trovar parolacce nel settore dei muri istoriati non è certo cosa rara, cogliere invece il fior del turpiloquio nel verde prato della semi-ufficialità, è proprio notizia da classico cane morso da un passante.
Non molti passi più avanti rispetto al marciapiede ormai famigerato per la sua iscrizione honoris causa alla «Federazione Italiana Giochi Amatoriali», incontro ogni mattina un distributore.
Le sorti dell’«eroga-benza» sono segnate da tempo. Essendo piazzato sul limitar dell’agglomerato urbano, per ragioni di incolumità media del cittadino medio, è stato destinato allo smantellamento, come capitato ormai a decine e decine di suoi consimili.
Le procedure però debbono essere andate per le lunghe. Si saranno messe di mezzo “Brown-Peace” o “Italia Vostra”, note associazioni inquinantiste, strenuamente impegnate nella battaglia per ricoprire di cacca le ultime zone naturali rimaste incontaminate.
Sta di fatto che il luogo in questione langue ormai da mesi in quel melanconico e limbico distacco che solitamente si frappone fra un ordinario periodo di operosa attività e la sana spianata caterpillarica risolutiva.

Non so se anche a voi fa lo stesso effetto.
Ma a me, quando mi capita di vedere una componente della modernità, inserita nel suo contorno di modernità, e tuttavia destituita del dinamismo moderno senza il quale nessuna realtà può definirsi moderna, mi pare quasi di non aver mai visto una cosa morta più morta di così (e sottolineo l’«a me mi» bifacciale, ci tengo…).
Un’entità moderna svuotata dei tempi e dei ritmi che più le sono consoni, risulta più remota di uno ziggurat mesopotamico.
Ed è così che si presenta anche questo distributore a pompe secche che incrocio ogni mattina. Una sorta di “Overlook petrol station” ancora pregna dell’aura dello “shining-benzinaro” che si aggira con sguardo diabolico fra una pompa e l’altra.
Rifugiato alfin nella meta-storica garitta, lì puoi immaginarlo piegato a capofitto sopra un taccuino, intento a scribacchiare ostinatamente, invece delle fatture del diesel per i camionisti, pagine e pagine della sua allucinata sentenza: «…il gasolio ha l’oro in bocca… il gasolio ha l’oro in bocca … il gasolio ha l’oro in bocca …».

Tutto questo se non fossimo in Italia. Il Bel Paese possiede infatti la strabiliante capacità di “Alvaro-Vitalizzare” anche la più estrema delle situazioni kubrickiane. Se Bergman avesse girato un film da noi, tempo quattro ciack e sarebbe finita a rutti e pernacchie.
Cosa non ti vado a leggere dunque, fra i numerini in plastica della lista prezzi carburanti, croce e delizia dell’automobilista errante, ormai congelati sulle tariffe dei bei tempi andati?
Chissà, il benzinaro abdicante avrà voluto lasciare il suo piccolo messaggio nella bottiglia, ma i mezzi espressivi erano limitati. Al pari degli esperti di comunicazione della Nasa, alle prese con l’incertezza su come rimpinzare la scatoletta sparata nello spazio per mandare informazioni alle eventuali altre forme di vita intelligente nell’universo, si è trovato di fronte ad un arduo dilemma tecnico e di contenuti.
Quei numerilli mutevoli in plastica, dall’inequivocabile alone anni ‘70 – ’80, non si adeguano infatti tantissimo a riprodurre ogni lettera e per di più sono solo quattro (…detto per inciso, questo ultimo dato rassicura circa le intenzioni delle compagnie petrolifere di mantenere ancora per un po’ i prezzi lontani dai 10 euro al litro).
Il benzinaro deve aver fatto due rapidi calcoli verbali: «Uhm, vediamo, solo due sillabe e neanche tutte le lettere…la prima è facile, dai: la C ce l’ho, la I pure, la A e la O ci si appiccicano quasi naturali: CIAO…».
Però a questo punto, nell’animo del benzinaro, deve essere scattato il “demone della perversità” (Cit. - Edgar Allan Poe). Memore di tutto il tempo trascorso a far da vampiro per conto terzi, “soldi-suga” in trincea, a metterci la faccia al posto delle multinazionali dell’ottano, avrà pensato: «…Ma CIAO una beata minchia! Se ho già la C e la O, ma chi m’impedisce di metterci nel bel mezzo anche la U e la L, che coi numerilli non riescono neanche male? E’ lì che v’invito ad andare a soggiornare, cari i miei prepotenti della carburazione…».

Detto, fatto: ecco consumata, nel breve volgere di una sfarfallata di lettere, la meritata vendetta a scoppio ritardato del benzinaro abbandonato. Anni spesi a domar proboscidi diesel, ad ammansire tentacoli unleaded; giornate e giornate di strusciante attesa, a pelle di daino sul parabrezza del tempo, sgommando via minuti di moscerini, secondi di olio frusto; e come sempiterno sottofondo, l’infaticabile salmodiare: «…acqua-e-olio-tutto-a-posto?...».
Tutto spazzato via, con la disarmante semplicità di due sillabe del più giocoso sarcasmo.
Lo stesso, medesimo sarcasmo sul quale in questo momento stai seduta tu, cara amica lettrice.
Lo stesso, medesimo sarcasmo che pure tu, caro amico lettore, sei costretto taluni sabati a schiodare dal divano, per assecondare la repentina smania della tua dolce metà di far visita all'IKEA, alla ricerca di quel fantomatico comodino in arte povera, in tinta con le tende della camera color "can che fugge".

Questo è quanto mi son divertito a fantasticare insomma, sulla scia di quella paroluzza quadriletterale di scherno petrolifero.
Adesso anche tu potrai essere annoverato nella schiera dei miei eroi post-moderni, oh benzinaro “controcorente”, insieme all’Uomo Torcia e a Superciuk.
Ed ogni qual volta immaginerò, d’ora in avanti, alzarsi al cielo il tuo canto di ribellione contro l’oppressore idrocarburico, mi parrà come per incanto di accorgermi, oh benzinaro, che nell’aria intrisa di vapori di benzina “l’eco s’arisente”: «’NCU…ULO…ULO…ULO…».



martedì 10 novembre 2009

Gelo e poi sento l'alma avvampar...



In un attimo di interregno, nella terra dei pensieri, si alzò al cielo una delle più fantastiche sequenze di note mai messe in fila...

sabato 7 novembre 2009

Muri



Cari amici viandanti per pensieri, oggi sono andato a cercare muri per voi (e poi dite che non vi penso...).
Dovete sapere che da qualche tempo a questa parte nutro un'insana passione per le case diroccate e per i muri vecchi. Oh...cosa ci volete fare...ognuno ha i suoi vizi.
C'è chi tira interi limiti dell'area di coca; c'è chi è afflitto dalla "sindrome del puttaniere inconscio" (per il suo bene gli han fatto credere che si chiamano "escort"); c'è chi si affida ad amori alternativi, alla ricerca dei centimetri di affetto perduto...e poi c'è chi "si fa" di muri vecchi.



Da un punto di vista più articolato, avevo già introdotto un argomento affine, tempo fa.
Non tutti i muri vecchi sanno suscitarmi lo stupore "murario" atteso. La casa poi non deve essere necessariamente diroccata. L'importante è che mostri evidentissimi i segni del tempo posati sulle proprie superfici e fra i suoi interstizi.
Non so dirvi di preciso quali siano gli elementi che mi fanno scattare l'«epifania edile».
Quello che so è che quando accade, quel muro, o quella sua porzione particolare, mi appaiono come il volto di un vecchio saggio pieno di rughe, in fondo ai cui occhi si legge solo la serenità di un tempo che è trascorso in pienezza e densità.
Oppure, per strano che possa sembrare a dirsi, mi sembra di essere di fronte ad un quadro dalla spiazzante modernità, una composizione elegantissima, visivamente autosufficiente e dotata di un'altissima dignità estetica.



Fra gli elementi della vetustà iconografica muraria che prediligo, c'è l'affioramento dello strato dei mattoni, da sotto il velo dell'intonaco "evaporato" in parte o del tutto.
I muri vecchi presentano spesso una trama meno precisa di quelli più recenti. L'ordito dei mattoni non è affidato ad una rigorosa geometria prestabilita, "pre-pensata". Questo suggerisce meglio l'idea di un'entità che è cresciuta adattandosi alle vicissitudini accidentali poste dinnanzi dallo scorrere del vivere.
I mattoni dei muri vecchi sono simili ad un discorso fatto da un oratore capace, che ha saputo adattare le sfumature e le espressioni del suo dire all'umore mutevole dell'uditorio che si trovava di fronte.
Laddove il "murar moderno" è invece più vicino all'immagine di un freddo comunicato redazionale, affidato al galoppino di turno più basso in grado, in occasione di un improvviso sciopero dei tg.
La multiformità delle sagome dei singoli pezzi murari antichi, suggerisce inoltre meglio l'idea di una distribuzione soppesata delle forze in gioco. Si immagina la sapienza del mastro che ai tempi parlò il suo discorso di muro, scegliendo opportunamente virgole di malta, sillabe di sabbia e preposizioni di coccio.
E' un muro più liquido, il muro vecchio. I tratti delle sue nervature calcificate si incanalano a cascata, con naturalità gravitazionale che evoca rivoli di un ruscello di terracotta.



I muri vecchi mi affascinano poi tantissimo quando si mettono ad intessere il loro antico dialogo con gli altri elementi della costruzione. Allora sì che ci si sente trascinati in un vero e proprio crocchio di vecchietti dai quali emana un'autorevolezza atavica profondissima, seduti su una panca, all'ombra di una quercia secolare.
Le venature dei legni battuti dalle acque, scheggiati e messi alla prova dalla sferza del vento e dal maglio implacabile del solleone. La gentilezza di ferree ed ormai cigolanti cerniere. Il pragmatismo immediato di altri metallici dispositivi. Travi che sgusciano via a destra e a manca, dando vita alla loro fuggevole danza ortogonale con l'involucro murario.

Ce n'è per tutti i gusti, cari amici viandanti per pensieri.
Basta solo mettersi davanti ad un vecchio muro e lasciare che esso ci parli.




giovedì 5 novembre 2009

Ricordi a composizione autocondotta


C’è una cosa che mi sono sempre chiesto: ma gli attimi del nostro passato...ma dove vanno a finire?
Ma guardate che è un bello scherzo, eh…
Cosa ci sarà mai, una discarica di attimi passati, da qualche parte? C’è un «attimaro», un rigattiere di attimi? O un ricettatore, per chi non può vantare un passato propriamente limpido…
Va beh che tanto è perfettamente inutile star lì a rodersi. E’ il paradosso del tempo che già Sant’Agostino aveva focalizzato in maniera così preclara, e se non ci è saltato fuori un santo, figuriamoci un campagnolo come me.
L’attimo presente è la cosa più concreta che possiamo immaginare, non c’è nulla di più tangibile, corporeo, consistente, materialmente verificabile. Eppure, nel medesimo tempo in cui lo pensi, l’attimo ti ha già fregato: puff! Se n’è volato via, sulla scia “concettuale” di quella gonza battuta anni ’70, che più o meno recitava: «Voltati di scatto e morditi un orecchio!».
Hai voglia ad essere rapido: l’attimo non lo mordi mai.

Uno dice: «…D’accordo, ma ci sono i ricordi…dove sta il problema?…».
«Sì…e ‘sta minchia ce la vogliamo mettere?» mi sento autorizzato a ribattere io.
Risolvere l’enigma degli attimi passati servendosi del loro ricordo è come scivolare lungo una fognatura che sfocia giusta giusta nel bel mezzo di un letamaio: alla fine non è che le cose siano tanto più chiare di prima (e scusate per l’eleganza della metafora).
Se invece mi si viene a dire: «…Cosa ci vuoi fare? Non ci restano che i ricordi…», allora sì che ragioniamo un po' meglio e mi sento di rispondere: «Eh già, amico mio…proprio così…entriamo in questo bar che ti pago da bere, dai…».

Ma i ricordi son roba difficile da masticare. Sono stoppacciosi come i coccodrilli del Nilo assaggiati una volta da Obelix in mancanza dei suoi beneamati e bensbafati cinghiali.
I ricordi sono ombre. Già gli attimi sono evanescenti, figuriamoci allora le loro ombre.

Però qui casca l’asino che va per pensieri!
Perché a ragionarci su bene, si può quasi arrivare alla bizzarra quanto paradossale conclusione che in questo particolare caso le ombre sono più concrete degli oggetti dai quali sono originate.
Via via sillogizzando in tal guisa bislacca, si può altresì dedurre che se l’attimo è svanito, e non ne rimane altro che il ricordo, allora le nostre personalità sono fatte di puro ricordo.
Così mi voglio rovinare con l’ultimo azzardo deduttivo finale, concludendo che i ricordi sono l’unica roba concreta su cui possiamo fare affidamento.

D’accordo, mi rendo perfettamente conto che a questo punto Aristotele avrebbe senz’altro storto il naso, e mica poco. Ma chi va per pensieri vuole in primo luogo divertirsi e questo gli basta.
Tanto più che tale strambo argomentare mi è stato ispirato dal ricordo di un’ancor più singolare entità: l’«oggetto a composizione autocondotta».


Si tratta di una creazione di Enzo Mari, architetto e designer milanese, per "adozione culturale", che la concepì nell’ormai lontano 1959 (e scusate per la poca qualità delle immagini, non ne ho trovate di migliori).
Una cornice di legno delimita due piccole lastre di vetro, mantenendole parallele, in modo da lasciare un’intercapedine “di aria” nel mezzo. La distanza fra i due vetri è giusta giusta per adeguarsi allo spessore di vari pezzetti di legno dalle diverse sagome elementari (rombetti, quadratini, triangoli), i quali sono così liberi di muoversi dentro le due “vetrinette”, quando l’oggetto viene ruotato o capovolto. Unico ostacolo alla distribuzione libera dei legnetti, è una piccole barretta fissata alla cornice, che interferisce sui possibili tragitti del contenuto mobile.
A considerarlo bene, l’«oggetto a composizione autocondotta», parte già con un punto a suo favore: è perfettamente inutile.
L’unica cosa che sa fare è stimolare riflessioni.
E’ un “riflessoforo” e a me una riflessione l’ha portata. Non sarà quella prevista da Enzo Mari, ma è pur sempre una riflessione.
Ho immaginato che i pezzetti di legno fluttuanti fra le due vetrinette, fossero i miei ricordi. L’oggetto, con la sua particolare sagoma, è stato di grande aiuto nel suggerirmi l’idea che i ricordi sono la cosa più concreta di noi stessi.
I movimenti dei legnetti sono gli attimi della nostra vita, ma i ricordi degli attimi sono i legnetti stessi.
Dei movimenti si perde traccia, essendo praticamente infiniti, ma i legnetti restano “dati” per sempre.
Però anche i legnetti non sono statici, congelati una volta per tutte. Muovendosi, originano nuove composizioni determinate dal reciproco confronto, e le loro posizioni sono pure infinite.


E’ stato qui che mi è scattata l’epifania più piacevole.
Da tempo mi sto rendendo conto che i miei ricordi si comportano proprio come i legnetti di Enzo Mari. Non è che mutino nella loro fisionomia fondamentale, ma disponendosi in modo differente fra le due vetrinette della memoria, assumono valenze nuove nel grande contesto della mia interiorità.
Ci sono ricordi che un tempo mi angosciavano, mi facevano addirittura paura; mescolati nel mio spirituale "compositore ad autoconduzione", hanno finito per incasellarsi entro l'animo con disposizione ben più rassicurante .
Altre reminiscenze ancora, magari sono rimaste a lungo insignificanti nell'archivio della mia memoria, fino a quando, con uno scossone adeguato, han finito per disporsi sotto una prospettiva che donava loro il risalto meritato.
La fondamentale differenza tra la realtà ed il "dispositivo poetico" di Enzo Mari, è che fra i vetrini della nostra memoria si aggiungono sempre nuove sagome.
Ma a me piace pensare che questa ulteriore variabile, non potendo essere materialmente significata per ovvi motivi pratici, sia comunque in qualche modo introdotta dalla piccola stecca di legno fissa che attraversa lo spazio di manovra dei "ricordi lignei" come uno statico setaccio monolitico: quella è l'illusoria fissità della "quotidianità sparigliatrice", dalla quale ci si attende un'immissione a getto continuo di nuovi ricordi freschi.

Un bella fucina di suggestione insomma, questo «oggetto a composizione autocondotta»: regala quasi l'illusione di esser riusciti, se non a mordersi, almeno a darsi una lieve leccatina al lobo.


lunedì 2 novembre 2009

Gastronomia da asporto o l’esperanto dell’arte


(Avvertenza: contiene prosa fortemente nauseabonda ed indigesta. Può nuocere gravemente alla sanità mentale...)

***

Per comodità di comprensione, siamo soliti classificare il mondo in grandi capitoli tematici.
Di più: per intenderci fra umani, abbiamo bisogno di suddividere gli ambiti conoscitivi in cui ci muoviamo in “sottostrutture funzionali”, in “reparti operativi”, che agiscono secondo proprie logiche interne.
Non ci avete capito una mazza, eh?
Avete ragione da vendere…e non sono sicuro di averci capito molto nemmeno io.
Scendo dunque un attimo dal pero e ricomincio, cercando di spiegarmi meglio con degli esempi.

Prendiamo un ambito conoscitivo vastissimo: l’arte.
Per similitudine, mettiamo che l’arte sia una cartella di windows. Dentro ci sono tante sottocartelle: la pittura, la scultura, la narrativa, la musica, la poesia, il cinema. Queste sottocartelle, riprendendo lo sproloquio iniziale, sono ciò che prima ho chiamato “sottostrutture funzionali” o “reparti operativi”.
Nell’accezione comune, ad un’analisi sommaria, queste cartelle non dialogano fra loro, o se lo fanno, questo succede in forme alquanto marginali.
In ogni cartelletta minore si persegue lo scopo previsto dalla “sovra-cartellona” onnicomprensiva denominata “arte”: la ricerca di inediti significati esistenziali tramite la sperimentazione “linguistica”. Ma ad ogni sottocartellina compete la sua specificità di mezzi, la sua operatività particolare.
Ci può essere una trasversalità di temi (l’amore, per dire, può essere raccontato in un film, narrato da un romanzo, raffigurato su una tela, espresso plasticamente), ma il pittore continua ad usare i pennelli, lo scrittore la penna, lo scultore mazzuolo e scalpello, il regista attori e pellicola. Nel senso: ciascun artista percorre i propri canali e strumenti espressivi peculiari.
Ciò che normalmente meno si sospetta invece, è che possa sussistere anche una trasversalità “strutturale”: le sottocartelle dell’arte possono essere imparentate anche rispetto alla loro essenza espressiva.
Insomma, tutta questa fiera per raccontarvi di una magia, quella che succede quando un libro parla come un dipinto o viceversa. Quando una poesia o una scultura si mettono a sillabare all’unisono. Quando vi accorgete che posando gli occhi sulla tela di un quadro, riconoscete la sensazione emanata come familiare, perché è la stessa assorbita tempo addietro dalle pagine di un romanzo.

A questo punto, ritorna in ballo il concetto di “gastronomia del delta”, col quale vi ho ammorbato nella scorsa “puntata”.
Lo riassumo al volo: consiste nella straordinaria capacità, che solo i più sublimi narratori posseggono, di saper illuminare profondissimi “significati di vita”, servendosi del linguaggio quotidiano. Per tradurre nella mia bislacca similitudine: parlando come mangiano, sanno far sfociare dal loro racconto mille rivoli di verità (come le diramazioni del delta di un fiume).

Ed eccoci alfin giunti al succo del mio odierno sproloquiare.
Normalmente, con ogni probabilità, non me ne sarei reso conto. Ma il fatto di aver appena coniato questo concetto “fondamentale” per il prosieguo delle sorti dell’umanità, mi ha fatto accorgere che anche il pittore americano Edward Hopper è un grande “gastronomo del delta”.
Anzi: grandissimo.
Prendete uno qualunque dei suoi dipinti.
Nelle “arti visive”, dopo la prepotente entrata in scena dell’astrattismo e di tutte le tipologie espressive che (con faciloneria “tutte-l’erbe-un-fasciale”) condenserei nell’aggettivo “concettuali” (Klee, Mirò, Mondrian, Kandinski, Malèvic, Duchamp, Tristan Tzara, and so on), ci si sarebbe forse potuto aspettare che al realismo, al parlare con linguaggio figurativo, toccasse in sorte un rapido declino per “obsolescenza”.
Invece no.
Per un lungo stralcio di ‘900, quando quasi tutti gli altri ci davano giù di brutto con linee, volumi e colori puri finalizzati all’emozionalità cristallina, Edward Hopper ha parlato il linguaggio della quotidianità, ha attinto le sue “sillabe” dalle forme del reale. Si è sempre mantenuto “alla luce del sole”, è proprio il caso di dirlo. Non c’è ricerca apparente di mistero nelle sue forme, ma non di meno il mistero e l’ambiguità si materializzano in piena luce.
Hopper sa cogliere uno dei più stranianti dati della modernità: le sue ambientazioni urbane trasudano trasparenza scientifica da tutte le angolazioni (i suoi omini e donnine sembrano quasi collocati sotto lampade da laboratorio), ma l’angoscia metafisica che quello stesso razionalismo avrebbe preteso di scacciare fuori dalla porta della inconvertibilità sperimentale, rientra dalla finestra del dubbio esistenziale pragmatico, fra squarci di luce abbacinante.
Non c’è astrazione, non c’è fuga nell’intellettualismo: Hopper accetta la sfida con la tangibilità del vivere, con gli elementi concreti della realtà, riuscendo nondimeno a farceli osservare da prospettive nuove e poeticamente inespresse prima.
Ci sono insomma modalità di linguaggio che attraversano tutta l’arte senza badare ai suoi specifici ambiti espressivi.
Come un esperanto dell’arte.
Ammirare un quadro di Hopper, mi pare allora, è un’esperienza estetica di poco dissimile dal leggere un romanzo di Hemingway o un racconto di Carver.
Autori che lasciano poco o nullo spazio all’introspezione o alla speculazione filosofica, affidando tutta la loro immensa poetica all’esclusività della maestria nel trattare i piccoli frammenti espressivi della concretezza del vivere.

Che dire ancora, cari amici viandanti per pensieri...
Due cose.
La prima è che, casualmente, in questi giorni si tiene a Milano (Palazzo Reale) una bella mostra dedicata proprio ad Edward Hopper e magari, se riesco, ci faccio una capatina.
La seconda è che, poco ma sicuro (e lo si capisce dalle “complicazzate” sparate anche in questa occasione), io non sono affatto un “gastronomo del delta”.
Ma neanche per idea.