mercoledì 7 gennaio 2009

La spazialità del linguaggio

(Fotomontaggio di Gillipixel)

Mi capita di tornare a meditare spesso sulle cose scritte qui sul mio blogghetto e a volte mi accorgo di aver dato troppo per scontato il senso di certe affermazioni, di essere stato troppo frettoloso nel trarre talune conclusioni. Volevo dunque riprendere una cosa affermata l’altro giorno trattando l’argomento dei LEGO, cercando di portare stavolta alcuni elementi ulteriori per far capire meglio quel che volevo dire.
In particolare mi riferisco all’associazione sottolineata fra passione per i LEGO e successivo sviluppo nel mio animo dell’amore per la lettura (e di riflesso inevitabile, anche per lo scrivere).
Ad un certo punto del mio eterogeneo ed onnivoro cammino di studi, mi capitò di leggere qualcosa circa la sostanziale “natura spaziale” del linguaggio.
Piccola digressione: non so se capita pure a voi, ma io, tutte le volte che lungo il percorso di accrescimento della mia Conoscenza mi sono imbattuto in concetti capaci di cambiare (in misura più o meno grande) la mia visione generale delle cose, mi sono sempre sentito “stupid-allegro”.
Allegro: perché la sensazione che ti procura il trovarti al cospetto di un passaggio concettuale decisivo nel panorama di una certa materia (per fare due esempi banali, il “cogito” cartesiano in filosofia, oppure tutta la malia della multidimensionalità intellettuale racchiusa nel calcolo differenziale in matematica), è esattamente una gioia vertiginosa ed in qualche modo spiazzante.
Stupido: perché quei passaggi intellettuali sono percepiti talmente in armonia con la struttura genuina fondante del nostro pensiero, talmente consustanziali ad esso, da lasciare un piacevole senso di smarrimento e stupore per non averli saputi cogliere prima da soli, tanto sono perfetti e consonanti ad una “luminosità” del pensare.
Una di queste esperienze di “stupid-allegria” conoscitiva me la procurò dunque questo concetto di “natura spaziale” del linguaggio.
L’idea di base deriva dalla supposizione, più che ragionevole, che il linguaggio (da non dimenticare: nella sua articolazione e complessità, privilegio della sola specie homo sapiens) debba essere nato da un “nominare” basato originariamente sul porre in stretto rapporto il “muoversi fra le cose concrete” ed il “il muoversi nella mente”, trasponendo il primo tipo di moto nel secondo.
Pur essendosi evoluto nel corso della storia umana in forme articolate ed astratte di estrema complessità, il linguaggio conserva in nuce questo suo momento fondativo originario: i rapporti fra parole rimangono nella sostanza “rapporti fra cose trasposti”.
Alcuni esempi per entrare un po’ più nel merito specifico.
Considerate la “forza spaziale” di alcune parole, in particolare gli avverbi, i pronomi, ma in genere tutti quei piccoli elementi grammaticali di tessitura della “trama discorsiva”. Per dirne qualcuno: molto banalmente, la differenza di distanze denotata da “questo” e “quello”. Oppure, il senso di brusca “marcia indietro” discorsiva introdotta dagli avverbi “invece” e “ma”: con il loro intervento si ha la sensazione di trovarsi di fronte ad un “muro” del discorso, con la conseguente necessità di incamminarsi per vie quasi opposte del ragionamento.
E ancora, la deviazione più blanda portata dall’entrata in scena di un “però” o di un “tuttavia”. Oppure, il senso di “apertura di orizzonti” che la paroline “dunque” e “quindi” recano con sé, quasi fossero una sorta di piccoli custodi addetti a spalancare i cancelli di nuove possibilità di prosecuzione di un discorso.
Gli elementi per esemplificare la natura spaziale della composizione del linguaggio sono dunque tantissimi.
Vorrei portarvi però un altro suggestivo elemento, sempre reminiscenza di quel mio felice incappare nel concetto della spazialità del linguaggio. Ed è la differenza fra le lingue strutturalmente impostate sull’uso delle declinazioni (latino e tedesco, ad esempio, e anche il russo, mi pare, ma chiedo perdono se per caso ho sparato una boiata) e quelle invece preferibilmente articolate con preposizioni esterne ai vocaboli. Purtroppo non ricordo con precisione quanto veniva detto nello specifico su quel libro letto tanti anni fa.
Ma ricordo che la differenziazione fra le due tipologie (con declinazioni, oppure senza) era imputata ad un diverso senso di rapportarsi alla “spazialità”, in relazione anche ad un certo maggiore o minore dinamismo del popolo parlante una determinata lingua. Sotto questo punto di vista, sarebbe interessante e curioso indagare ad esempio come il latino, espressione con le sue declinazioni di un popolo (come quello degli antichi romani) dinamico e strettamente contiguo alla concretezza delle cose, si sia evoluto nell’italiano, che ha perso le declinazioni lungo la strada, per assumere il “distacco” dalle cose insito nell’utilizzo delle preposizioni.
(Non credo tuttavia di ricordare con tanta precisione, altrimenti non si spiegherebbe come il tedesco, lingua basata sulle declinazioni, abbia dato altresì vita ai sistemi filosofici più complessi - Heghel, Kant, ecc. Prendete dunque un po’ con le pinze quanto detto, fatta salva la validità dell’assunto che fra propensione all’uso delle declinazioni oppure delle preposizioni, ci passa di base una discriminante spaziale).
Per concludere dunque, ecco il senso di quanto scrivevo l’altro giorno sui LEGO: questo gioco mi ha introdotto all’amore per la lettura e per la scrittura, proprio perché me le ha anticipate con la sua capacità di fare appassionare allo “spazio” e alle sue fascinazioni.
Ogni volta che leggiamo è infatti come percorrere un’ideale architettura fatta di forze e dispositivi spaziali pensati. Ed ogni volta che scriviamo è come dare vita ad una nuova di queste architetture.

6 commenti:

farlocca farlocchissima ha detto...

madonna quanto sei culturale qui! però mi piace molto, anche perchè ritrovo in altra forma idee che conosco o che ho "pensate". Lo spazio della parola è effettivamente un luogo della nostra mente. Un luogo in cui la nominalizzazione da forma alle cose, fatto un po' pericoloso però perché può portare lontano dal "sentire"... uhm è un discorso lungo. Aggiungo una delle mie informazioni (rubrica del lo sapevate che) i muri dei ma, dei però, dei non etc. sono, in programmazioni neuro linguistica, considerati delle violazioni di linguaggio, il cervello, pare, non accetti negazioni :-) (pronstoc dice blogspot... mi sa che ha ragione)

gillipixel ha detto...

ehehehe :-) prometto di non sculturalare più in modo così violento e indiscriminato, Farly :-) grazie per i tuoi commnenti sempre puntuali ed interessanti...
ho sentito anche io un accenno a questa cosa del "rifiuto della negazione" da parte del nostro assetto di pensiero...me lo ha accennato il fisoterapista-maestro di yoga che mi ha seguito un po' per la mia schiena acciaccata...interessante, sì, sì...
a me blogspot dice "barrap", equivoco bar, ritrovo di uomini soli con arretrati di eccitazioni non placate :-))

farlocca farlocchissima ha detto...

il mio blogspot è twings, un incrocio tra uno snack e una macchina, il mio cervello stanco proprio non digerisce codesta comunicazione confusa :-))) però quel baretto deve essere interessante...

gillipixel ha detto...

a me stavolta è toccato invece "numenose", un misto fra lo strafalcione di un bimbo che voleva dire quante sono le stelle nel cielo, e una constatazione sicula sulle caratteristiche delle stanze di un luogo sacro :-)
è vero, per parlare blogspottese bisogna essere freschi :-)
fai attenzione se entri nel barrap, non è un posto raccomandabile :-)

farlocca farlocchissima ha detto...

eeeh eeh ma io nei barrap con i remif ci sono nata :-) ehm va be' pura idiozia serale ...

gillipixel ha detto...

ehehhhe...va bene, va bene, Farly...non volevo mettere in dubbio il tuo coraggio :-) solamente, mi sento di metterti in guardia se al barrap incontri un tipo di persone, i dismoop :-) quelli sì che sono infidi e imprevedibili :-)