giovedì 11 agosto 2016

"Un pensiero al giorno" 137 - "Lingua-Augnil"

"Un pensiero al giorno"

137 - "Lingua-Augnil"

Il linguaggio può diventare un marcatore di dimensioni umane formidabile. Nelle parole riconosciamo la nostra appartenenza a un gruppo, non importa quanto grande o piccolo sia, al limite anche di due persone soltanto, o nel caso estremo anche a quel "gruppo di una sola persona" che per ciascuno si chiama "se stesso".

I popoli si riconoscono nella loro lingua (la quale finisce per rappresentare una sorta di marchio delimitante col suo "colore" i confini territoriali nazionali); le varie specificazioni regionali e dialettali aggiungono ulteriori sfumature al quadro, segnando altre diversificazioni geografico-umane; entro i gruppi più estesi e ufficiali, si formano poi minuscoli gruppetti atomizzati di parlanti ufficiosi (le piccole cerchie di conoscenti rionali, le famiglie, le compagnie di amici, i colleghi, e così via), i quali specializzano ancor di più il linguaggio con modi di dire creati per stratificazione attraverso l'uso delle parole o inventati in occasione di certe esperienze vissute insieme; più in profondità ancora, gli amanti si costruiscono un gergo che fa da mastice alla loro intesa, e infine persino il singolo individuo si serve di un proprio "dialetto mentale" composto di certe parole inedite o espressioni "neologistiche" ricorrenti fra i suoi pensieri e familiari a una certa privata prospettiva da cui si osserva il mondo.

Il linguaggio è insomma un "denotatore" esistenziale che fa da "detonatore" alla multiformità del vivere. La condivisione di parole crea mondi comprensibili fin nell'essenza, solamente dai parlanti nativi, che il succo di quelle parole e modi hanno succhiato molto intensamente. In certi casi, sono stati addirittura complici alla loro creazione, artefici collettivi del loro conio.

Per questo, molto spesso l'operazione del tradurre dà frutti piuttosto insoddisfacenti, parziali e insipidi. Il significante (il segno, il suono, la componente "tangibile" del termine comunicativo) difficilmente si può scollare dal significato. Forma e sostanza sono più che mai fusi da sfumature qualitative del tutto peculiari a una certa esperienza culturale e di vita, per cui difficilmente il passaggio da una lingua all'altra potrà avvenire senza perdite di contenuti qualitativi importanti.

Anche su questo fatto, si giocano tante problematiche, insieme ai molti aspetti affascinanti che pur esso comporta. L'importante è esserne consapevoli. Una lingua crea confini. Questi possono essere occasione di scontro o di aperture foriere di bellezza. Tali confini sono mobili: sta alla saggezza e alla sensibilità riuscire a coglierne e accoglierne plasticamente tutti i potenziali aspetti di "incremento del bello" che sanno riservare.



4 commenti:

Ou Bee ha detto...

Chissà come mai i traduttori di una volta erano grandi scrittori, romanzieri e poeti italiani, che facevano le traduzioni di opere classiche delle letterature straniere ...
Altro che i traduttori di adesso che si definiscono tali solo perché sanno un po' d'inglese, imparato a Londra nei corsi estivi del liceo o durante l'Erasmus, e padroneggiano Google-traduttore e Babbel!
:((

Ou Bee ha detto...

By the way, what's that?
The picture, I mean!
It seems a strange creature with the head of a man, or at least his profile. I can see his eyes, nose and mouth ... It's aweful!

Gillipixel ha detto...

@->Occhi Blu: Giusta osservazione, Ou Bee :-) io ad esempio sono fiero di essermi letto Moby Dick nella sontuosa traduzione di Cesare Pavese...ah, la foto...forse si capirà meglio stasera, con una versione meno effettata :-)

Bacini intraducibili :-)

Ou Bee ha detto...

I am looking forward to seeing it!
I am curious ...
;)